ASSOCIAZIONE CULTURALE EREDI DELLA STORIA

Molfetta

DOTT. MICHELE SPADAVECCHIA - Presidente
Dott. NICOLA BUFI

AVV. GADALETA
SERGIO RAGNO
FRANCESCO GRANDE
DARIO RUGGIERO
PASQUALE GADALETA





In data 8 novembre, alle ore 18,00 a Molfetta presso la

Fabbrica S. Domenico (nei pressi del porto) l’Associazione Culturale Eredi della Storia presenterà il saggio:

“KOS Una tragedia da non dimenticare”

Un opera letteraria che ricalca la tragedia di Cefalonia.

Autore: Col. Pietro Liuzzi


 

GLI “EREDI DELLA STORIA”:

UN’ASSOCIAZIONE CULTURALE DI MOLFETTA

 

 

Presentazione

 

Il tema di questo studio concerne l'importanza di conoscere il proprio retaggio, le proprie radici, il mondo, non solo fisico, geografico, ma soprattutto quello culturale, emotivo, storico, che dovrebbe far parte del nostro bagaglio formativo

È stato ben scritto che senza le radici del passato non si costruisce il futuro.

Tramandare la storia è la nostra finalità. Se l’associazione Eredi della Storia continua ad occuparsi della promozione culturale è per la sua dimensione educativa, perché una città che dimentica i suoi cittadini e la sua storia, è una città senza radici e senza anima.

L'attività culturale diventa allora il "principio generativo" di relazioni, stile di vita, comportamento, dialogo, partecipazione.

La costituzione di questa Associazione è il frutto della passione per la ricerca storica, di quegli avvenimenti complessi che hanno caratterizzato il difficile cammino dell'Italia e che coinvolgono la nostra città..

Oggi la presenza degli Eredi della Storia nella comunità di Molfetta non può esaurirsi solo in funzione di promozione commemorativa e celebrativa delle ricorrenze storiche.

Deve poter contribuire a dare risposta a quelle domande profonde che ci pongono le nuove generazioni: dare un senso al passato, alle gesta di quei uomini nati prima di noi, che vittime delle circostanze e della guerra, non hanno avuto la possibilità - a differenza nostra - di vivere la loro giovinezza in modo sereno. 

Presentare al pubblico tematiche a sfon­do storico, riguardanti un arco temporale che va dai primi  anni dal 1900 al 1945, ha un duplice risvolto: da un lato si offre la possibilità, a chi possiede vis­suti personali inerenti, di poter rammemorare ciò che è stato (vicende, perso­ne, passioni, tragedie, luoghi, situazio­ni .. ); dall'altro si consente alle nuove generazioni  di approcciarsi a spaccati di vita sociale (secondo le componenti politiche, belliche, lavorati­ve, tradizionali ...) sconosciuti o par­zialmente noti, desunti dalla lettura di pagine dei testi scolastici.

Ed è in quest’ottica che con cadenza annuale presentiamo questi nostri lavori:

essi sono il frutto di ricerche e di lavoro manuale, un impegno profuso per dar vita a mostre e convegni organizzati dai membri dell’associazione con l’insostituibile collaborazione degli anziani delle varie associazioni combattentistiche, che condividono i loro ricordi, ma anche con il contributo dei cittadini che donano documenti, foto, cimeli ereditati dai loro cari.

Ma le nostre ricerche coinvolgono anche i docenti e studenti delle Scuole Elementari, Medie e Superiori che dalla Macrostoria studiata sui libri di scuola vogliono tuffarsi nella microstoria della loro città e nei luoghi che hanno visto protagonisti i nostri nonni, parenti, concittadini.

Il progetto è quello di “fare storia”, cioè seguire un percorso che ha origini dalla storia locale per poi ampliarsi in un contesto nazionale ed internazionale. La microstoria, che vede come protagonista la gente comune che deve affrontare i problemi quotidiani, inserita in un contesto storico più ampio e generale, troppo spesso disseminato di eventi terribili quali la Guerra di Libia (italo‑turca), l'epidemia del colera, la Grande Guerra, il secondo conflitto mondiale, il ventennio fascista, la caduta della monarchia.

Le basi del nostro studio saranno quindi queste: raccontare il rapporto che lega i molfettesi alla loro città e alle loro origini, soprattutto l’identificarsi nella comunità, attraverso quelli che sono gli elementi comuni: la storia, il mare e le associazioni che si occupano, coltivano e promuovono la  cultura  molfettese.

Raccogliendo alcuni degli articoli più significativi pubblicati sui  periodici della città (alcuni redatti da noi) si offre la  possibilità di seguire le attività dell’Associazione e conseguentemente ripercorrere le vicende storiche di Molfetta e le tappe della sua trasformazione dal ‘900 ad oggi.

Elemento fondamentale e contributo straordinario per  arricchire e completare questo percorso di studio è l’opera letteraria “Mar comune”  scritto da Guglielmo Minervini:

un cittadino molfettese che proprio come il sottoscritto e gli altri amici e collaboratori dell’associazione, avverte l’impulso spontaneo di partecipazione alla cosiddetta

società civile, ricercando quell’identità che è possibile trovare amando e  condividendo  le proprie origini e la propria storia.

L’opera di Minervini è un valido strumento di riflessione e conoscenza della storia di Molfetta

Un libro fatto di uomini e di date, ma è anche lo specchio della realtà vissuta dalla città  in oltre un millennio. Un saggio che spinge a riflettere sul legame che hanno gli uomini con la propria terra, con la comunità ma anche sul sacrificio e sul dolore degli stessi uomini  quando devono lasciarla.

Si perché il popolo molfettese è fatto di pescatori, navigatori ed emigranti.

Loro, forse più degli stessi cittadini, sono in grado di apprezzare la terra che li vide partire.

Sta a cuore a Minervini, come  sta a cuore a ciascuno di noi, il grande patrimonio storico architettonico, di idee e di esperienze di Molfetta: ne siamo responsabili in ogni momento e siamo chiamati a salvaguardarlo e comunicarlo ad altri, affinché possa generare nuove energie e nuove opportunità per le comunità locali.

E’ un atto di amore di un cittadino verso la sua città che rischia il declino.

La storia locale è anche uno spaccato del Mezzogiorno d'Italia, attraverso l'osservatorio privilegiato di un «testimone del tempo» che cerca di cogliere le profonde contraddizioni del Sud che ne hanno ritardato la crescita economica e sociale.

Corrado Germinario,  discutendo la tesi dal titolo “La molfettesita”,  inizia il suo  studio   scrivendo:

Mi chiedo giorno dopo giorno da dove nasce questo irrefrenabile istinto di difendere le proprie radici, questa voglia di andare fiero di un nome, Molfetta, che sin dalle sue origini ha rappresentato cultura, innovazione e apertura verso il prossimo. Mi chiedo se sia normale sentire continuamente quel “sapore di molfettesità” e se sono io l’unico ad essere stato totalmente rapito da questa dipendenza.”

Bene possiamo affermare che non è il solo.

 

PARTE PRIMA

 

 

1 - Uno sguardo al passato

 

 

 

1.1 - Molfetta nel '900

 

Era all'inizio del secolo la Manchester pugliese, Molfetta. Verso il 1900, Molfetta, che ormai contava oltre 40.000 abitanti, era un prosperoso paese industriale, che andava orgoglioso dei suoi pastifici, mulini a vapore, oleifici e laterifici, nonché di una fiorentissima industria marittima con un attrezzassimo cantiere. Alcuni dati sulle attività industriali della città indicano che nel 1925 Molfetta aveva 8 molini e pastifici, 2 cementifici, 1 fabbrica di gesso, 1 fabbrica di olio di fosforo, 3 saponerie e fabbriche di silicati, 90 impianti per l'estrazione dell'olio d'oliva, 1 fabbrica di ghiaccio, 1 centrale termoelettrica, 3 concerie e cinghifici, 1 panificio e biscottificio, 5 cantieri navali con scalo di alaggio per navi mercantili, 3 fonderie, 1 ferriera, 2 fabbriche di letti, 120 coppie di paranze, oltre 100 barche con relative manufatturazione ed esportazione di reti da pesca, varie corderie, 2 industrie pirotecniche, 12 cave di pietra calcarea da taglio, circa 50 fornaci di calce (calcare), 10 impianti per la lavorazione della pietra, 3 fabbriche di mattonelle e manufatti di cemento, 1 fabbrica per cultura ed esportazione di legnami di Carinzia, 12 fabbriche per la lavorazione di legnami e fabbriche di botti, 3 calzaturifici, 1 pettinificio.

Nei cantieri navali, i maestri d'ascia costruivano e riparavano le paranze, con le quali i marinai solcavano il mare Adriatico, osservando antichissime usanze. Erano i marinai in gran parte analfabeti e non si interessavano alla vita Politica e civica. Usufruivano di due società di mutuo soccorso: i figli del mare e lavoratori del  mare.

La popolazione contadina era divisa in quattro classi: braccianti, massari proprietari, fittavoli. Senza dubbio la vita più faticosa era quella dei bracciani che lavoravano per circa 150 giorni. In estate e in autunno i braccianti si trasferivano in Capitanata e si occupavano della mietitura e della vendemmia o lavoravano nelle saline. Fiorente era il commercio dell'olio d'oliva, il cui primato veniva conteso tra Bitonto e Molfetta. il commercio delle mandorle era accentrato a Molfetta e il prodotto veniva esportato in Germania e Inghilterra. Durante il periodo di agosto - dicembre le donne venivano impiegate nella sgusciatura delle mandorle. Estesi erano i vigneti. Dai vitigni bassi, i più comuni, i ricavava vino altamente alcolico tra cui l'aleatico e la verdera, i quali erano molto apprezzati dai commercianti francesi. i bottai avevano davvero un gran daffare. Molto richiesti erano gli ortaggi: negli orti della fascia costiera venivano coltivati pomodori, che irrigati con l'acqua salmastra, erano particolarmente saporiti, da essi si ottenevano ottime salse e conserve. Verdure, melanzane e peperoni erano ricercatissimi ed erano esportati in Austria e Germania.

Anche quella degli artigiani era una classe in ascesa nella Molfetta di quel tempo.

Nei primi vent'anni Molfetta subì delle forti epidemie; queste, insieme ad alcune calamità naturali, fecero diminuire la sua popolazione. Nel 1910 scoppiò un'epidemia colerica, che portò alla morte di 1025 persone.

Un grave problema per lo sviluppo economico molfettese era la mancanza di acqua che portò alla diffusione di gravi malattie.

La popolazione, comunque, continuava ad espandersi. Le condizioni di vita della città erano migliorate, soprattutto con l'installazione dell'Acquedotto Pugliese e la conseguente erogazione dell'acqua potabile alla popolazione molfettese. Ciò avvenne nel 1914. L’acqua, questo preziosissimo elemento, fonte di vita e di progresso, ancora oggi in crescente richiesta e decrescente disponibilità, veniva attinta dal lontano fiume Sele. Grazie soprattutto alle rimesse degli emigranti molfettesi all'estero (particolarmente nel Venezuela e Stati Uniti) si poteva controbilanciare la mancanza di industria, che poi si identificava essenzialmente con l'artigianato locale.

Tra le due guerre mondiali le industrie iniziarono un lento processo di riconversione e molte chiusero i battenti. Ciò causò una violenta crisi, il commercio oleario si spostò a Bari e quello delle mandorle a Terlizzi. La forte crisi economica causò un elevato tasso di disoccupazione e la chiusura di alcuni pastifici. Nonostante gli aiuti che il comune offriva ai disoccupati, la povertà portava a saccheggi di pastifici e negozi. L’emigrazione raggiunse le punte massime tra il 1911 e il '20.

Nel 1921 i marinai con i proprietari - armatori di bilancelle fondarono l'Alleanza Mutuo Cooperativa che con i soldi ricavati dal versamento settimanale di £ 5 per ogni persona iscritta, aiutavano i soci colpiti da invalidità, vecchiaia, infortuni sul lavoro, malattia.

Nel ventennio fascista sorsero nuovi quartieri come: Immacolata, Sedelle, Cappuccini e Stazione. Vennero costruiti il Mercato ittico all'ingrosso, la Scuola Professionale Marittima per la preparazione dei padroni marittimi e dei meccanici navali, l'Istituto Magistrale. La flotta peschereccia divenne prima dei basso Adriatico. Nel 2' conflitto mondiale molti pescherecci furono requisiti e adibiti al dragaggio delle mine e ad altre rischiose operazioni militari. I marinai molfettesi, insieme ad esercito ed aviazione, dettero un elevato contributo di sangue alla patria; primo molfettese a cadere fu Michele Fiorino decorato con medaglia d'oro.

Quando il conflitto terminò, Molfetta era economicamente prostrata: l'impulso industriale della città si affievolì sensibilmente, tanto da identificarsi essenzialmente con il solo artigianato locale: numerosi erano i disoccupati, ci fu il collasso dell'economia cittadina che vide gli otto pastifici del '36 ridotti a due nel '46 e l'attività edilizia completamente ferma. i disoccupati, tenuti a freno con i fondi elargiti loro dalla Prefettura e con i lavori di sistemazione delle vie interne, promossi con i fondi stanziati dal Comune. Con la formazione degli Uffici comunali di collocamento e l'istituzione dei cantieri di lavoro, in città iniziò lentamente la ricostruzione economica; l'edilizia si riprese con l'attuazione dei piano di programma INA Casa e la ricostruzione di Foggia, gravemente danneggiata dai bombardamenti alleati, che impegnò 370 lavoratori, stuccatori e costruttori che facevano i pendolari, alleggerì la disoccupazione cittadina.

Con le prime rimesse dei molfettesi emigrati, sorsero dal 1950 in poi, moltissimi palazzi moderni, dotati di ogni comodità e conforto, nonché interi quartieri, come quello ad est della città. Con il boom economico degli anni '60, l'artigianato cittadino riprese a fiorire, dando un apporto considerevole alla rinascita industriale, che, con l'apporto  del sempre affidabile commercio marittimo del porto di Molfetta, gettava le premesse per una industria locale più fiorente, assicurando alla città ed ai suoi figli un futuro economico più tranquillo.

Tradizionalmente, e storicamente, i due settori di attività cittadina più fiorenti sono considerati l'agricoltura ed il commercio marittimo. Oggi, con i profondi cambiamenti apportati dalla tecnologia moderna nello sfruttamento della campagna, il volto della Molfetta ­agricola è radicalmente cambiato, anche se l'agricoltura, quantitativamente, impiega ancora un predominante numero di lavoratori locali. Su ancora solide basi, invece, si mantiene il movimento marittimo, ruotante attorno al porto cittadino, che le statistiche qualificano come uno dei più fiorenti del Paese, ed addirittura di prominenza assoluta per la pesca nel basso Adriatico. Oltre all'agricoltura, alla pesca e commercio marittimo, a Molfetta si svolgono svariate altre attività industriali, alcune di notevole interesse commerciale. Fra queste, il calzaturificio, l'oleificio, il laterizio, e soprattutto, l'artigianato locale.

Geograficamente, Molfetta, con una popolazione di circa 68.000 abitan­ti, si estende su una superficie di circa 60 Km, risultando di una densità di circa 1.100 abitanti per Km quadrato. La città è situata ad una media di 15 metri sul livello del mare. Bagnata dal Mare Adriatico, Molfetta dista dal capoluogo Bari 25 Km, e da Foggia 98 Km. Le città limitrofe sono Bisceglie (da cui dista 10 Km), Terlizzi (da cui dista 9 Km), e Giovinazzo (da cui dista 7 Km).

Oggi Molfetta si presenta come una tipica città del meridione d'Italia degli anni '90. Una popolazione, quella molfettese, che, attraverso i secoli, è stata, con accenti più o meno forti, contagiata da usi, costumi, e cultura dei diversi gruppi etnici che si sono avvicendati attraverso i secoli; fra questi i greci, i romani, gli arabi, i saraceni, gli spagnoli, i normanni, i tedeschi, e i francesi. Ai molfettesi si deve attribuire la genialità di aver saputo captare da ognuno di questi gruppi gli aspetti più significativi del loro bagaglio culturale sociale, per poi poterli trasformare e plasmare in attributi congeniali al proprio indirizzo e retaggio storico‑culturale e "modus vivendi".

 

 

 

1.2 - Il centro storico

 

Dal 1900 al 1950 si costruirono a Molfetta nuovi quartieri e, piano piano, l'antico borgo, le vecchie case vennero abbandonate al loro destino.

Il Centro Storico visto dall'alto aveva assunto le sembianze spettrali di un quartiere bombardato. I duemila residenti del 1964 sono ridotti a poche centinaia, di cui grande parte sfrattati o comunque in condizione di grave precarietà. Ora il processo di degrado sembra contagiare anche le ampie zone storiche sei - settecentesche limitrofe al quartiere medievale, che vanno impoverendosi di funzioni, residenze e attività economiche. In seguito c’è stata una rinascita di interesse per Molfetta vecchia: alcuni palazzi vennero ristrutturati, si ritornò ad abitare in essi, ma accanto ad un centro congestionato si vanno progressivamente affiancando periferie vecchie e nuove con scadente qualità sociale e urbana.

 

 

 

1.3 - Il Molfettese di un tempo

 

Come era diverso il Molfettese dell'inizio del secolo! Nel rileggere alcuni brani riguardanti la vita dei nostri predecessori, abbiamo notato che le abitudini, i ritmi di vita, i divertimenti hanno subito netti cambiamenti. E non sempre in meglio!

Un tempo tutta la famiglia si riuniva attorno al fuoco ed ognuno rivelava il proprio stato d'animo, i propri pensieri, le proprie emozioni agli altri. Con occhi incantati i più piccoli seguivano la fantastica danza delle monachine nel camino, ascoltavano attenti gli adulti parlare di fiabe, favole, storie ... finché il sonno non faceva ciondolare loro il capo.

Il tradizionale calzone consumato, quasi religiosamente, alla sagra della Madonna della Rosa, nella celebrazione della mezza, quaresima; la secolare battaglia contro la siccità dell'agro molfettese; l'indissolubile rispetto delle tradizioni cittadine; il “Conzasiegge” religiosamente “consumato” durante la processione di Cristo Morto; la fede indistruttibile, la coesione granitica, verso l'unità della famiglia; l'amore pio per i genitori; la tragedia per un posto di lavoro; il profumo dell'aria satura di salsedine marina del suo litorale; i quartieri tradizionali della città e, soprattutto, “ind'a la Terre”

Oggi invece ci chiudiamo in noi stessi e, rannicchiati davanti alla TV, mangiucchiamo annoiati un pezzo di pizza congelata e ... il silenzio è d'obbligo: guai a chi parla!

Si sono ormai perse quelle regole che, tramandate oralmente di generazione in generazione, scandivano le giornate dei nostri bisnonni.

Oggi la vita s'è fatta nevrotica, ricca di regole formali se non insulse. Noi, Molfettesi di oggi, abbiamo, amici inseparabili: la fretta, il cellulare, la macchina, il walkman, il computer, il consumismo. E la ... noia! L:insoddisfazione! Preferiamo la compagnia degli oggetti succitati a quella dei nostri simili, viviamo gli eventi non più di persona, ma virtualmente grazie ai mass‑media. Certo, abbiamo molto da imparare dalla lettura di pagine cariche di ricordi, dalle descrizioni di vita paesana ... vita parca, essenziale.

 

 

PARTE SECONDA

 

2- Mar comune, una città del sud

   

2.1 - L’autore

 

Guglielmo Minervini, nato nel 1961 è sposato e ha due figli, Camilla e Nicolo.

E' professore di Informatica nelle scuole superiori e Direttore Editoriale della casa editrice la Meridiana.

Si batte per il riconoscimento dei diritti degli obiettori di coscienza, pubblicando sul tema: L'abbecedario dell'obiettore (1991);

L'antologia dell'obiettore (1992).

Promuove la nascita della cooperativa “La Meridiana”, oggi impresa protagonista del panorama editoriale nazionale, impegnata sul fronte della pedagogia, del pacifismo e del cattolicesimo democratico.

Dal 1994 al 2000 è sindaco di Molfetta, il primo sindaco appoggiato dalle sinistre dopo molti anni.

Racconta i primi anni di questa avventura nel libro Mar Comune (1997)

Nel 2000 riceve il premio nazionale “Luciano Lama” conferito ai sindaci delle migliori amministrazioni comunali.

Tra i fondatori del movimento nazionale Centocittà, ha contribuito alla nascita dei Democratici e della Margherita. Di entrambe è stato coordinatore regionale;

Crede nella politica come protagonismo sociale e come responsabilità non delegatele: la realtà può cambiare solo se ognuno fa la sua parte fino in fondo. È per questo che accetta la sfida politica delle Regionali 2005, al servizio delle persone che chiedono e meritano una Puglia migliore.

E' eletto al Consiglio Regionale con 7556 voti, risultando il più suffragato della provincia di Bari.

Per Minervini l’amore per i propri luoghi non è quindi retorica, ma concreto dovere civile, testimoniato anche dal suo passato che lo ha visto fin da giovanissimo impegnato nel mondo del volontariato, dalla parte dei bambini e delle donne del centro storico di Molfetta.

Fonda la Casa per la pace (1985) e diventa consigliere nazionale di Pax Cristi.

La pace, un tema assai caro anche ad un altro protagonista della storia di molfetta molto vicino a Guglielmo Minervini: Don Tonino Bello

Infatti sempre nel 1985 al nostro Vescovo viene affidato il ruolo di guida di Pax Christi, associazione cattolica internazionale per la pace ancora oggi protagonista del movimento internazionale contro la guerra.

     

 

2.2 – “Una città del Sud” :

un amore per la città

 

Il mare: una delle poche cose certe nella vita quotidiana di ogni molfettese. Assieme all’orgoglio di far parte di una meravigliosa storia: la storia di Molfetta.

“Mar comune. Una città del Sud” scritto da Guglielmo Minervini, attualmente assessore regionale alla trasparenza ed alla cittadinanza attiva, che nel 1997 ha tentato di raccontare la nostra città ritrovando lo spirito delle origini. La città riscoperta come luogo del bene comune, spazio ed espressione di amicizia, di fraternità, di legami famigliari, di pace. Lo spirito paesano, lo spirito cittadino.

 

Insomma, una città è comunità, ma anche il suo luogo unico, specifico, irripetibile. E’ l'una e l'altro. E’ l' insieme di «vincoli territoriali, di dialetti, di parentele, di vicinato, di origine, di tradizioni, di appartenenze» ma anche «profondità temporale, identità paesistica, qualità estetica, complessità sociale, economica, culturale»'. In questo senso la città costituisce col suo territorio un «corpo inseparabile», per usare l'immagine di un innamorato della città, Carlo Cattaneo. Questo è l'organismo vivente chiamato a disporsi, con tutto il suo cumulo di memoria, dinanzi al futuro.

 

Di questi rapporti Minervini ci fa vedere i chiaroscuri, ma non ha dubbi: se non  si trasforma il mare in risorsa simbolica, politica ed economica, nulla di veramente nuovo ci sarà a molfetta (ma noi potremo dire anche in gran parte del mezzogiorno d’Italia)

Questi sono alcuni dei più significativi pezzi del mosaico dell'habitat, fisico e culturale, del molfettese.

Da questo scenario egli attinge la forza morale e materiale per trovare l'energia necessaria per “terráie 'nnénze”, per valicare le difficoltà all'apparenza insormontabili della vita quotidiana e, soprattutto, per adoperarsi affinché le nuove generazioni possano sperare in un mondo più sereno, più trasparente, meno contaminato.

 

 

2.3 - “Su chi parte e chi resta” : le due città

 

Minervini definisce Molfetta un microcosmo complesso quanto un universo, sessantaseimila persone  nel territorio e altrettante disperse in ogni impensabile frazione del pianeta.

Si perché il molfettese è uno che parte. La vicenda della città racconta di infinite partenze: pescatori, navigatori ed emigranti.

Ma soffermiamoci su quest’ultimi, la stragrande maggioranza degli emigrati molfettesi in America: essi provavano un rispetto profondo e doveroso verso la terra d'adozione, ma un ricordo commosso e nostalgico della terra natia.  

Distribuiti in tre cicli migratori (fine ‘800, anni ’20 e anni ’50 – ’60) i molfettesi che hanno lasciato la città sono stai tanti quasi quanti ne sono rimasti. E se si considera che tra quelli rimasti vanno conteggiati i marittimi allora diventa evidente cosa intende Minervini quando in seguito ci parla del processo di modernizzazione di Molfetta.

A Molfetta il tipico emigrante viveva in un modesto appartamento, quasi sempre in affitto. Coloro che possedevano una casa, acquistata con il guadagno del proprio lavoro, o per lo più ereditata da genitori scomparsi, il più delle volte non si ponevano affatto il problema di dover emigrare, poiché una casa era sempre una forte polizza di assicurazione verso l'indipendenza economica della famiglia.

Egli emigrava solo ed esclusivamente per motivi economici: infatti, a differenza di molti altri gruppi che emigrarono in terra americana, il molfettese non era spinto ad emigrare da motivi religiosi o politici (sì! c'era qualche caso politico del periodo fascista, ma ciò certamente non faceva testo) oppure culturali e sociali.

Il bracciante smette la sua falce, l'artigiano i suoi attrezzi insieme guardando al mare come orizzonte del possibile e alla città come una frontiera ormai negata.

C'è la Molfetta che parte varcando le frontiere del mondo o gli orizzonti del mare. E’ la Molfetta che sperimenta un vissuto di indicibili lacerazioni, traumatiche separazioni, faticosi e caparbi rincominciamenti. La Molfetta degli emigranti e dei naviganti che si immergono nelle spinte più incerte della modernizzazione globale

alla ricerca della soluzione al suo problema basilare e secolare: il lavoro

Questo desiderio di cambiamento verso quelle che erano le condizioni iniziali e tutte le privazioni e sofferenze patite a Molfetta  non lo costringeva, però, ad anteporre in modo egoistico le ricchezze e  i traguardi raggiunti al rispetto verso i sacri legami per la sua terra, per la sua famiglia. Ogni sforzo dell'emigrante molfettese, ogni suo sacrificio era sì indirizzato verso il miglioramento economico di se stesso e della sua famiglia, nella ricerca di un migliore tenore di vita,

però, nel frattempo, investivano i loro risparmi nello sviluppo della loro terra d'origine, rimettevano una grossa fetta dei loro guadagni comprando case, appartamenti e terreni a Molfetta. Interi quartieri della città sono così stati costruiti! Un tributo magnanimo di generosità verso la terra natia! I molfettesi emigrati hanno mantenuto sempre molto stretti i vincoli sia di carattere storico, culturale, sociale sia, soprattutto, economico con il paese natio [1] . Ciò avveniva con il flusso di rimesse a parenti o familiari rimasti a Molfetta dei loro guadagni americani, nonché con le frequenti visite, specialmente nel periodo pasquale e natalizio, ma soprattutto in occasione della festa della Madonna dei Martiri, alla città natia. A quanto ammontasse questo contributo economico verso Molfetta è impossibile dirlo, ma non è certamente azzardato definirlo considerevole

Il principale produttore di ricchezza è fisicamente assente, costretto, per la sua condizione, ad agire per delega, a ricorrere, cioè, a mediatori familiari e sociali. La borghesia urbana si ridefinisce rispetto a questa nuova opportunità di trasformare il reddito prodotto altrove in rendita fruita in città.

Due città si divaricano vivendo esperienze e quindi interiorizzando culture specularmente diverse.

Minervini individua in questo divaricamento la causa che porterà poi alla riduzione del territorio da risorsa produttiva a merce di consumo

La struttura sociale si impoverisce perché chi amministra la ricchezza non deve misurarsi con chi la produce, se non per procura. Si genera una sorta di vuoto di conflitto che, prolungato oltre una certa soglia, non può e indurre specifiche attitudini parassitarie e generare irresistibili dinamiche speculative.

E come se Molfetta avesse avuto come principale fattore propulsivo del suo benessere un centro produttivo senza la fabbrica, senza cioè la struttura materiale che genera concrete condizioni per la costruzione di ricchezza. Questo centro produttivo è composto da un numero sempre crescente di cittadini invisibili (pescatori, navigatori ed emigranti.), come li chiama Minervini.

La Molfetta che resta gode della perdita, ossia della fortuna prodotta dalla Molfetta che parte.

In questo contesto i mercati produttivi ben presto vengono surrogati dal mercato unico e improduttivo dell'edilizia e gli imprenditori dai costruttori (ex- emigranti, ex – commercianti) .

E mercato edilizio diviene una grande vasca di raccolta del denaro della città. Le sue caratteristiche spiazzano qualunque altro mercato. Manipolare mattoni, in breve, soppianta per convenienza qualunque altra attività imprenditoriale. Garantisce una redditività di gran lunga superiore, ha bassissimi rischi d'impresa, riesce a controllare la concorrenza, inoltre non ha conflitti sindacali e può scaricare perfino i costi globali (si pensi ai costi necessari per rendere vivibile un quartiere).

Eppure oggi si rischia di dimenticare la lezioni di storia, e i drammi del passato sembrano dimenticati. Secondo i dati dell’ultimo censimento, Molfetta ha perduto circa 5000 abitanti, gente costretta ad emigrare nei paesi vicini  per trovare un alloggio a prezzi più ragionevoli.

La ragione è presto spiegata nel capitolo che segue, e trova le sue cause nella saturazione edilizia: Molfetta con la sua vorace espansione urbanistica ha quasi del tutto esaurito il suo gia esiguo territorio, proteso per sua stessa natura verso il mare.

   

 

 

2.4 – “Sulla Città senza qualità”:

degrado urbano e perdita del passato

 

È stato ben scritto che senza le radici del passato non si costruisce il futuro.

La modernità ha reciso di netto il legame con il passato. Il solo, tenue cordone ombelicale tra le due città è rappresentato dal ricordo degli anziani, che, ahimé, si va sempre più affievolendo. Come afferma Minervini

il rapporto «sacro» col territorio si deforma nel corso dei due decenni '70 e '80 in un'orgia speculativa che ha pochi esempi analoghi. Scompaiono sotto i cingoli delle ruspe pezzi costitutivi della bellezza della città, dall'ottocentesco Palazzo Cappelluti al biscottificio «Pansini e Gal­lo», mentre vengono consegnati al degrado i quartieri­ memoria come il nucleo medievale e il rione Catecombe.

Considerato che in un passato non molto lontano la città si gloriava di edifici d'origine ottocentesca e medioevale e di grande pregio artistico e che di essi non è rimasta traccia, è da scoprirsi come una grande opportunità, non solo immobiliare ma anche di economia locale il riscatto del Centro Storico.

E, a partire dal borgo medioevale, il cui recupero è ormai ben avviato dopo decenni di abbandono, il ridisegno del cuore della città coinvolge l'intero fronte‑mare urbano che, avendo recuperato il suo equilibrio ambientale, può essere restituito alla fruizione: è la riappropriazione di uno degli elementi più radicati, un vero archetipo, dell' immaginario della città, il riscatto dal violento eppur silenzioso strappo che privò, nel culmine della modernizzazione, la città della spiaggia più sua. E’ il segno che la bellezza comincia a riprendersi ciò che mercificazione e inquinamento le hanno sottratto.

Lo sviluppo della città è stato storicamente connesso alle funzioni svolte dal porto. Il ruolo del porto peschereccio molfettese nell'ambito dell'attuale contesto adriatico e mediterraneo è, dunque, una questione centrale da cui dedurre quali funzioni urbane può assumere il quartiere medievale e l'intero Centro storico.

Inoltre, le scelte di regolazione urbanistica generale che la città sta compiendo evidenziano nuovamente il bisogno di riequilibrio tra l'espansione della città sostenuta dall'elevata domanda del bene casa, e il recupero dell'esistente, altrimenti lasciato nuovamente a processi spontanei di abbandono.

Ecco un senso meno alienante e violento da dare alla modernità: una conoscenza non più predatoria verso l’ecosistema e verso le persona che innova, migliorandola, la capacità di iterazione, cioè economia tra la comunità e il suo ambiente

Ma a parte questo primo tentativo di rimpossessarsi del passato e di ciò che era della comunità,  sembra che nulla sia cambiato rispetto al ’97, data in cui Minervini pubblica il suo libro. Nell'apparente indifferenza generale infatti, è stato demolito l'ex Cantiere navale Tattoli.
Se ne è andato cosi un’altro dei simboli più conosciuti della storia della cantieristica navale molfettese e l'edificio col profilo di nave non accompagnerà più la vista del porto di Molfetta come ha fatto per gli ultimi decenni. E' un avvenimento che avrebbe dovuto avere una qualche eco ma, tranne la notizia su un paio di testate e complice forse l'approssimarsi della data del ballottaggio, cosa che sicuramente focalizza l'intera attenzione dei politici locali, nulla si è detto o fatto.
Forse tra un pò di tempo sentiremo qualcuno dolersi della cosa. Questo ci ricorda la sorte di Palazzo Capelluti prima citato da Minervini, visibile ora solo in qualche sbiadita cartolina, demolito per costruire una banale palazzina. Sono state pubblicate alcune foto del cantiere e del nulla che ne rimane.

 

2.5 –“ Sul profeta”:

un eroe dei nostri tempi Don Tonino Bello

 

Guglielmo Minervini, molto vicino a don Tonino, ci parla di quest’uomo:

pacifista, nonviolento, poeta, ma anche riformatore sociale del sud,

E’ stato poco nei ranghi, specie da vescovo. Scende in piazza con gli operai, lotta con i marittimi, accoglie sfrattati e prostitute in episcopio, solidarizza con i profughi albanesi, s’indebita (se stesso, non la diocesi) fino all’ultimo capello per fondare comunità d’accoglienza, promuove petizioni per lo sviluppo civile del suo territorio, gira di notte nelle zone d’ombra della città raccogliendo ubriachi, matti e sbandati, litiga con gli amministratori, denuncia l’impianto clientelare delle politiche sociali,

Inoltre ci racconta del suo rapporto con la città, proprio lui che di Molfetta non era, è stato il primo a denunciare seriamente il malessere che in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale poniamo fatica a prenderne atto, forse perché come spiega poco dopo lo straniero vede ciò che gli indigeni non riescono più a vedere o forse perchè troppo fieri del prestigio del nostro passato.  Da non captare la situazione di difficoltà in cui si trova Molfetta.

E la divaricazione torna a disegnarsi nuovamente all'interno della città.

Le rughe di una nuova marginalità diffusa, che caratterizza la condizione di chi non riesce a integrarsi nella città e nel contempo non può più nemmeno partire, sono delimitabilii nel perimetro urbano, da Molfetta Vecchia al Rione Catecombe, dalla Madonna dei Martiri alla nuova zona di edilizia pubblica, la nuova arca «167. Da una parte il centro storico, domicilio dei marginali figli della modernizzazione, dall'altra le nuove periferie all'interno delle quali sono stati delimitati i nuovi agglomerati popolari.

E con gli anni '80 il solco della frattura diventa profondo. E un osservatore esterno, lucido e profetico, a coglierne i primi segni, a lanciare scomodi messaggi di allarme, a elevare inquietanti denunce ad una città intorpidita dalla sbornia di massiccio benessere.

Don Tonino Bello diviene vescovo nel 1982, quando ormai la “Molfetta per bene”, inizia ad accusare i sintomi dell’ inquietudine che si manifestavano appena nelle zone d'ombra, di una città spavaldamente opulenta.

Sempre loro, gli ultimi, i poveri! Già, perché don Tonino riteneva che costruire l'uomo vale infinitamente di più che costruirgli la casa, e perciò intendeva sollecitare continuamente la classe politica perché, diceva, «noi abbiamo il compito di collaborare affinché la città esca dalla rete in cui si trova prigioniera. Il vescovo ha il compito di rompere qualche maglia della rete perché si esca fuori. [2]

La scelta irriverente di don Tonino sta proprio nella sua collocazione: non nel rassicurante salotto di autocelebrazione, della città, ma nei suoi vicoli ristretti e angusti. Non si capisce cosa Molfetta stia vivendo passeggiando per il Corso Umberto al mattino della domenica, ma attraversandola di notte, semmai, nella regolare geometria delle «Camere Nuove».

Qui s'incontra una città che sta male, arranca, fa fatica. L'intensa galleria di tipi umani, da Massimo il ladro, a Gíuseppe l'avanzo di,galera, da Gennaro l'ubriaco, a Mohamed il marocchino, sono prove evidenti di una città esclusa più che il campionario di fisiologici difetti di fabbrica.

Dal degrado urbanistico a quello sociale, Minervini tratteggia uno spaccato di quelli che sono i mali della città visti attraverso la sensibilità di Don Tonino Bello

La violenza: criminale, politica, sociale perpetrata soprattutto sui soggetti più deboli;la solitudine: degli anziani, degli ammalati, degli handicappati, dei carcerati, degli stranieri, di tutti coloro che non trovano aiuto e comprensione; la corruzione: la droga, , la corruzione bianca ("quella che si insinua nella gestione sconsiderata del denaro altrui, nelle scorrettezze amministrative, nella facilità allo sperpero e allo spreco dei beni che sono di tutti, nelle diverse forme di corruzione politica, di favoritismi e di clientele, di distribuzione ingiusta, di situazioni di privilegi, di evasione dei gravi doveri sociali"). Uno squallido consorzio. Così le città sono colpite a morte, ferite nelle loro stesse motivazioni e nella loro stessa ragion d'essere.

E’quindi ecco i motivi dell'impegno di don Tonino Bello per la classe politica della diocesi. La sua attività di vescovo era anche per loro, per quelle persone interessate direttamente all'amministrazione della "cosa pubblica". «Se uno mi chiedesse a bruciapelo dammi una definizione di quel che dovrebbero essere i politici [3] », affermava don Tonino, «io risponderei subito: Operatori di pace»3.

Ma il vescovo molfettese sapeva altrettanto bene che gli uomini politici tutt'altro possono definirsi all'infuori che operatori di pace, e perciò iniziò con loro un dibattito che sul piano dialettico fu quasi sempre acceso ed intenso.

 

 

2.6 – “Mar comune”:

Passato e Futuro della città

 

 

La città, dopo i grandi processi di modernizzazione che hanno per alcuni versi devastato il volto del mezzogiorno d'Italia, si interroga sulle sue opportunità di futuro.

È possibile ancora fare qualcosa per ricucire, sia pure simbolicamente, lo strappo tra le due realtà, passato e presente, l’amore per i propri luoghi e l’incedere della modernità ?

Secondo Minervini cambia Molfetta solo se si modifica l'immaginario. Se recuperano i tasselli del suo progetto costitutivo, memoria dell' incessante sforzo di questa comunità per governare il suo territorio ridotto come pochissimi altri nella provincia. Chiude, dunque, il primo millennio della sua vicenda con il medesimo problema delle origini: scarsità del territorio rispetto all'eccedenza della sua popolazione.

Sulla soglia del nuovo millennio Molfetta si riscopre un impasto, insieme la sua gente e il suo spazio di terra e mare.

E confronto, dunque, continua, si apre al futuro. Ma una condizione: che «Molfetta avrà la capacità di non perdere di vista il filo rosso della continuità seguendo 1a quale i suoi abitanti le hanno dato in passato un senso l'hanno resa unica e irripetibile»

Così se smarrisce la sua identità, la città non ha più le coordinate di ricerca per il futuro in un contesto radicalmente modificatosi.

Ecco per come spiega l’autore

in realtà la vera scommessa del futuro si gioca sulla memoria. E’ a questa memoria che occorre attingere ancora una volta e con un’intelligenza aperta e creativa , perché salvare il passato significa servire al presente e al futuro.

E il passato non è quello unico, ultimo e brevissimo.. il passato è la lenta azione che ha plasmato lo sguardo prima ancora che il carattere, smussando la sua presunzione e aprendolo ai suoi orizzonti del pianeta.

Deve scoprire innanzitutto le potenzialità sepolte nei meandri della sua storia.

Quindi attraverso la memoria riscoprire il mare: uno specchio nel quale la popolazione si guarda per riconoscersi, dove cercare i valori del territorio a cui è legata, porgendolo ai suoi ospiti per farsi meglio comprendere nel rispetto del suo lavoro e delle sue identità.

Deve riuscire ad inserirsi, in modo libero, nel confronto tra le città che cercano entro l’Europa e Mediterraneo inediti spazi vitali.

Infatti al centro dell’impegno di Minervini, come dice il titolo del libro, c’è il mare.

Non si può immaginare Molfetta senza il mare, senza il porto e le barche, senza le partenze e i ritorni.

Ma non c’è traccia di fondamentalismi identitari, o di localismo egoista nel temi affrontati dal nostro autore. Piuttosto, la “tradizione” è vista in senso “progressista”, come ampliamento del futuro e delle sue possibilità. Qui si inserisce il tema più interessante del libro, il ruolo dell’Adriatico. Il pensiero meridiano comincia laddove inizia il mare, quando «la riva interrompe gli integralismi della terra». E oggi Adriatico «significa mettere al centro il confine, la linea di divisione e di contatto tra gli uomini e le civiltà»

   

PARTE TERZA

 

3 - Eredi della Storia

 

3.1 - Il recupero della memoria

 

Attraverso la memoria, una società seleziona i propri valori di riferimento, le radici su cui costruire la convivenza, le regole dello stare assieme.

Dare un nome ad una via od a una piazza, mostra tutta la valenza etica ed ideologica della memoria, ma non è sufficiente.

In pochi anni si è passati da una memoria retorica e celebrativa a nessuna memoria.

L’obiettivo è l’impegno della Associazione Eredi della Storia e della fondazione ANMIG è di creare a Molfetta una sede permanente dove vengano raccolte testimonianze reperti, documenti, fotografie, da mettere a disposizione della cittadinanza (scuole,cittadini,curiosi) tanto da dare le basi ad un centro di ricerca e di studio con un percorso didattico pedagogico.

Il nostro scopo non è solo quello di riportare alla luce cimeli, documenti, ma anche di promuovere convegni, mostre, dibattiti e altro possa riguardare e interessare non solo la nostra città, ma l'Italia intera.

Oggi, si può dire che molte scuole chiedono di poter usufruire dei nostri documenti d’archivio per le ricerche che vedono impegnati decine e decine di studenti.

Le mostre organizzate in questi anni inerenti alle due guerre, hanno suscitato l'interesse della cittadinanza, soprattutto fra i più giovani, che hanno vissuto un'esperienza di studio della storia contemporanea più completa; infatti, la nostra sede allestita a museo, è visitata dalle scolaresche per approfondire la loro conoscenza degli avvenimenti relativi al passato.

Il passato, consegnato alle nuove generazioni: promuovere ricerche sulla storia italiana e molfettese, quella cioè che i nostri nonni, gli anziani, attraverso diari e lettere dei soldati, lasciano  alle nuove e future generazioni affinché, tutto ciò da loro vissuto e custodito nella vita, sia patrimonio collettivo.

Si cercherà di difendere questa storia, in quanto siamo convinti che le Memorie Ufficiali, rinforzate a gran voce dai libri di scuola, dai mass media, dal senso comune, sono l’avversario più ostico nella lotta per la salvaguardia delle Memorie Oppresse. Sono spesso memorie ridotte, che sacrificano tutto ciò che, non facendo parte del progetto politico di chi decide che cosa ricordare, viene spacciato per irrilevante.

Ci riferiamo, tra le altre, ad alcune questioni particolarmente importanti: al carattere ricostruttivo e selettivo della memoria (luogo di costante aggiustamento rispetto alle necessità soggettive del presente e del gruppo di appartenenza); al rapporto tra testimonianze orali e scritture autobiografiche; alla sfida della storia “dal basso” (la sfida, in altre parole, di far interagire biografie di uomini comuni e il quadro generale della storia (cosi come l’abbiamo studiata); o, in altre parole, di contribuire con le loro stesse testimonianze, alla conoscenza dei processi e degli eventi di cui gli uomini comuni sono stati partecipi.

 

3.2 - Il museo scomparso

 

Il tempo svela tutto e lo riporta alla luce: con questa citazione  di Sofocle meglio si spiega il lavoro che i ragazzi dell’Associazione  stanno portando avanti. E grazie a questo certosino lavoro che pian piano emergono storie, fatti e personaggi della nostra città, portando alla luce retroscena non scritti in alcun libro di storia.

Tra questi avvenimenti, ormai cancellati dal tempo, riaffiorano le umiliazioni subite  dalla nostra città durante l’occupazione inglese.

Risale in quel periodo infatti, la presenza in alcuni locali annessi alla biblioteca comunale, di un museo civico permanente che raccoglieva, foto, documenti, cimeli, di tutti quei molfettesi che combatterono dall’unità d’Italia sino alla fine della prima guerra mondiale; un museo di cui oggi non vi sono più tracce, visto che tutto il suo materiale fu usato come souvenir dai militi inglesi.

Tutto ciò avveniva mentre nell’attuale circolo U.N.U.C.I. – all’epoca sede della Militar Police - , gli Ufficiali italiani, reduci dai fronti di combattimento, venivano torchiati, per estorcergli notizie ritenute utili, intimoriti  dai militari alleati che non esitavano a sfregiare a pistolettate quei quadri che rappresentavano gli atti di eroismo dei nostri combattenti, sfregi ancora oggi visibili all’interno dell’Associazione U.N.U.C.I. (Ufficiali in congedo).

Altro episodio eclatante di quei giorni fu il salvataggio del nostro Monumento ai Caduti ad opera dell’allora Cap. Francesco regina che, ritornato dal fronte di combattimento, mentre aspettava, accompagnato dal figlioletto, l’apertura del Comando Alleato nei pressi della villa comunale, notò la presenza di alcuni militari britannici – peraltro ubriachi – che con un seghetto cercavano di tagliare alcune parti del monumento.

Il tempestivo intervento del capitano Regina, seguita da una accesa colluttazione, evitò lo scempio che si stava compiendo. Fu proprio in questo torbido clima, che molti giovani liceali decisero di partire volontari nelle file della R.S.I., tra cui il giovane poeta Ten. Cosimo Mongelli.

Questo è lo scopo  della Associazione “Eredi della Storia”: quello di effettuare ricerche su quelle verità storiche attraverso le testimonianze di chi visse quegli anni, e quei documenti che, abbandonati per anni all’incuria e all’indifferenza, oggi ritornano alla luce e che rappresentano il nostro passato più recente.

A prima vista l'Archivio della nostra associazione  potrebbe assomigliare ad un magazzino degli oggetti smarriti o a quel catalogo degli oggetti desueti con

 reliquie, rarità, robaccia e tesori nascosti.

E quindi il nucleo più consistente è formato dalle scritture di guerra (della seconda guerra mondiale): diari di soldati; uniformi, armi, oggetti personali dei combattenti italiani, tedeschi ed alleati; cimeli d'ogni genere ritrovati in luogo sono esposti nel piccolissimo spazio della nostra sede per ricordare i tragici eventi.

La cospicua raccolta fotografica, permette al visitatore di cogliere le difficili condizioni di vita che i soldati dovettero affrontare per lunghi anni. Sono lettere e cartoline che provengono in buona parte dalle diverse regioni d'Italia

Vi ritroviamo una sorta di novecento autobiografico (con una significativa appendice ottocentesca),

riportando alla luce la memoria anche di quella guerra combattuta sul fronte orientale rapidamente rimossa dalla memoria attuale.

La nascita dell'archivio (la sua costituzione materiale come luogo di conservazione) è stata accompagnata negli anni da una costante riflessione teorica al confine tra storia, antropologia, letteratura e pedagogia.

Per questo l’associazione assieme alla Fondazione A.N.M.I.G. , e ad altre Associazioni combattentistiche, ha inoltrato richiesta presso l’Amministrazione comunale per l’apertura di un nuovo museo civico permanente, per ridare a Molfetta quel museo che il tempo aveva cancellato.

 

3.3 - La storia che risorge

 

In particolar modo è d'obbligo evidenziare che uno dei cimeli più importanti da noi ritrovati, è la bandiera di battaglia risalente alla Grande Guerra e le targhe che all'epoca del ventennio intitolavano le piazze e le strade di Molfetta, testimonianze rimosse all'indomani dell'armistizio.

Un'altra iniziativa di cui ci siamo fatti promotori è stata l’opera di restauro che ha riportato all'antico splendore il lampione che illuminava, in via Dante, la lapide posta vicino la vecchia sede dell'Associazione A.N.M.I.G. , a ricordo e memoria dei combattenti invalidi e reduci dalla 1° guerra mondiale.

Purtroppo per molti anni ciò che rappresentava la memoria di quei combattenti è stato lasciato all'incuria e all'abbandono, provocandone così il suo totale deperimento.

Gli obiettivi che la nostra associazione si prefigge sono tanti e certamente irti di grandi difficoltà. Gli impegni più importanti che ci aspettano sono il rimpatrio dei caduti molfettesi sepolti nei cimiteri europei, e per questo è necessaria la collaborazione dei nostri concittadini per far si che il ricordo di tanti soldati molfettesi, vittime della guerra e delle circostanze, non sia cancellato dall’inesorabile avanzare nel tempo, e che il loro coraggio e i loro gesti d’eroismo siano dignitosamente commemorati.

 Impegno più difficoltoso si è rivelato quello legato alla sensibilizzazione delle giovani generazioni contro mode e fenomeni di intolleranza, violenza e discriminazione che ogni tanto fanno capolino nelle cronache giornalistiche. Noi vorremo portare nelle scuole le testimonianze degli ultimi sopravvissuti come monito.

Un ultimo, ma non per importanza, impegno dell’associazione riguarda l'assistenza ai Soci dell'A.N.M.I.G. rimasti che hanno difficoltà a spostarsi perché abitano in luoghi isolati o perché hanno problemi di salute. Sarebbe bello che loro potessero contare sulla disponibilità di noi figli per potersi spostare, chiedere un’informazione o per fare quattro chiacchiere. Bisogna mantenere salde le radici con i padri che hanno combattuto in guerra per non diventare noi stessi padri di figli che combatteranno guerre.

   

3.4 - Nascita dell’associazione giovani “Eredi della Storia”

 

Il nome significativo, “Eredi della Storia”, fa riferimento proprio a una storia che parlando di guerra, di caduti e di dispersi, di decorati e da atti di valore, in definitiva ci lascia in eredità quello che certamente sarà stato l'ultimo pensiero di ogni soldato caduto in guerra: “non dimenticateci

Vicende fatta di tante schegge, di tante piccole storie di vita di giovani schiantate sui campi di battaglia che vengono raccolte, unite, a testimonianza di quello che ha vissuto in termini di dolore e di valore la città.

La storia dell’Associazione è molto recente, poiché è stata costituita a Molfetta nel maggio del 2002 e ha sede presso la Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra in Corso Dante 92.
L’associazione è iscritta all’albo delle associazioni culturali.

La nuova associazione per i giovani fu voluta dal Cav. Uff. Mauro Raguseo (presidente della sezione dell’A.N.M.I.G.) con legato testamentario del 22 settembre del 2000. Egli lasciava tutti i ricordi, i diari e i documenti raccolti e tramandatigli dai suoi amici nel corso degli anni, a suo nipote Sergio Ragno, futuro presidente degli Eredi della Storia, a condizione di portare alto il nome della sezione di Molfetta e il valore e l’onore degli eroi caduti.

Il gruppo degli Eredi della Storia si costituì spontaneamente a Molfetta nel febbraio 2001 per ovviare alla rigidità dello statuto della Fondazione -  che conta tra gli iscritti solo i figli nipoti e pronipoti, in linea diretta, dei mutilati e invalidi di guerra -  aprendo cosi le adesioni a tutta la collettività, come pure agli stessi soci dell’A.N.M.I.G. e ai figli dei combattenti, iniziando un fruttuoso sodalizio.

Il nuovo gruppo cosi creatosi, riunisce  appassionati di storia e di cultura locale, di qualsiasi estrazione politica e culturale,  nonché tutti coloro che hanno a cuore la conservazione e la divulgazione del patrimonio e delle tradizioni molfettesi

Nel Marzo 2001 viene presentato il gruppo giovani Eredi della Storia al commissario prefettizio Antonella Bellomo e a sua Eccellenza il Vescovo Mons. Luigi Martella

Da quel momento l’associazione ha cercato di collaborare con le Istituzioni Italiane ed Internazionali nonché con le Forze Armate  per promuovere come prescritto nello statuto (art. 2) iniziative culturali atte a:

a)    migliorare le condizioni per la crescita sociale e culturale dei propri iscritti;

b)   favorire l’armonizzazione della vita associativa attraverso lo scambio di valori ed esperienze;

c)   studiare e progettare nuovi metodi e strumenti di comunicazione sociale;

d)   valorizzare lo studio della Storia locale e nazionale in tutte le sue forme, conservare e mantenere vivo il ricordo dei nostri soldati concittadini e non.

Si impegna infine a svolgere ogni iniziativa idonea al raggiungimento degli scopi prefissati.

L'Associazione, di cui attuale  Presidente è il dott. Michele Spadavecchia, è autonoma ed indipendente da qualsiasi partito o forza politica e non a scopi di lucro ed opera sul piano del volontariato

 

 

3.5 - I  riconoscimenti

 

In data 24 maggio 2007, la Giunta Esecutiva Centrale in Roma dell'Istituto del Nastro Azzurro dopo aver esaminato la relazione presentata dal Generale Picca Giuseppe, presidente della Sezione di Bari, ha deliberato di concedere alla Associazione Eredi della Storia di Molfetta la tessera di Socio Benemerito, in riconoscimento dei meriti acquisiti, per lo svolgimento di una attività in gran parte coincidente con i compiti e gli scopi indicati nello Statuto dell'Istituto del Nastro Azzurro.

Con questo riconoscimento, i soci dell'Associazione “Eredi della Storia”, fieri per tale benemerenza, a livello nazionale, consci delle nuove responsabilità che vengono ad aggiungersi ai compiti che già espletano, vengono esortati ancor di più a diffondere (tra i giovani e non, il nobile sentimento dell' amor di Patria).

Si potrà utilizzare pertanto con orgoglio il logo dell'Istituto Nastro Azzurro nei documenti relativi alle attività promosse in futuro dalla nostra Associazione. E’ bene ricordare che nella nostra città era gia attiva una sezione staccata dell'Istituto Nastro Azzurro che aveva come responsabile il sig. Sergio Ragno ex - presidente dell'Associazione "Eredi della Storia", con il compito di riunire amalgamare soci ex combattenti, insigniti di ricompense al valor militare e  loro eredi.

Insieme all'attività culturale dell’ Associazione, con presidente il dr. Michele Spadavecchia. si condivide il compito di tutelare il rispetto e l' amore per l' Italia, di diffondere la coscienza e i  doveri verso di essa, di ravvivare il ricordo degli eroismi compiuti oltre che con conferenze a tema anche con pellegrinaggi nei luoghi dove il soldato italiano, ha sofferto e donato la propria vita di promuovere tutte quelle attività utili ad elevare il prestigio dell'Istituto e della Associazione in campo nazionale.

Oggi l'Ass. "Eredi della Storia" è la dodicesima associazione culturale in Italia che ottiene tale riconoscimento, concesso da un Ente Morale eretto con R.D. 31 maggio 1928 n. 1308.

La nomina a "Socio Benemerito" è stata ufficializzata con una cerimonia,  presso il Circolo Ufficiali di Bari, dove i componenti del Direttivo della Ass. Eredi della Storia ed il presidente Gen. Giuseppe Picca hanno suggelleranno questa nuova iscrizione.

Ma la storia continua; infatti, sulla scia del successo ottenuto durante e dopo la mostra che l'Associazione ha organizzato per tutto il mese di aprile (oltre 3500 presenze) e nei primi giorni di maggio dello stesso anno presso la Sala dei Templari, e anche dalla conferenza sulle "Fosse Ardeatine” la Fondazione della Associazione Combattenti e Reduci desidera annoverarci tra le sue fila. Il presidente, prof. Binetti, ha già chiesto la nostra collaborazione per organizzare altre manifestazioni ed, incontri ed è stato protagonista durante la mostra, descrivendo gli eventi da lui vissuti in quei terribili anni di guerra agli alunni di scuola media ed elementare che hanno visitato la Sala dei Templari tra aprile e maggio del 2007.

 

 

PARTE QUARTA

 

4 - Le associazioni che promuovono la culturale e la storia di Molfetta:

associazioni combattentistiche e culturali

 

 

4.1 - Fondazione A.N.M.I.G.

 

 

Tanti anni fa, alla fine della prima guerra mondiale, nacque l'Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra per difendere gli interessi morali e materiali di coloro che avevano combattuto per costruire l'Unità d'Italia. Ai reduci di quella guerra si sono poi aggiunti altri reduci delle guerre successive.

Gelosa custode di un immenso patrimonio di valori, di ideali e di testimonianze, acquisito nel corso dei suoi 87 anni di vita, l'Associazione non intende che esso venga disperso quando, per l'inarrestabile avanzare degli anni, i protagonisti di così qualificanti pagine della storia italiana non ci saranno più.
Oggi, 2008, i più fortunati di loro sono ottantenni; gli altri, dopo una vita da mutilati od invalidi, non ci sono più.

In seguito la costituzione della Fondazione è avvenuta formalmente il 10 maggio 2005, quando si è tenuto a Roma il 1° Convegno Nazionale degli Aderenti alla Fondazione.
Oltre 250 figli e nipoti di invalidi di guerra si sono riuniti presso la Casa Madre del Mutilato di Guerra per dibattere i temi più importanti della Fondazione, alla presenza di parlamentari ed Autorità civili e militari.

Pertanto è stato deciso di costituire una Fondazione con il compito di tramandare alle giovani generazioni questa preziosa eredità ideale e di conservare la memoria storica di lotte, di sacrifici e di conquiste che hanno consentito all' Italia di crescere nella libertà, nella democrazia e nella giustizia sociale, nonché di svolgere in ogni campo in favore loro, delle loro famiglie e dei loro successori opera di protezione, di assistenza e di solidarietà.

Raccontare la storia degli avvenimenti bellici del novecento e le sue terribili conseguenze è oggi un modo per non perdere la memoria del nostro. E è forse l’essere figlio o nipote di un testimone a creare quel filo conduttore che lega a se tanti aneddoti nascosti su quelle vicende ormai lontane. A loro è rimasto il compito di mantenere vivo il ricordo, di dire al mondo che la guerra è una gran brutta faccenda, di ricordare  il coraggio di quei giovani , per non cancellare mezzo secolo di storia.

Alla Fondazione possono aderire gratuitamente i Figli, i Nipoti ed i Pronipoti , (anche più di uno per Famiglia purché maggiore di 15 anni) del mutilato od invalido di qualsiasi guerra (quindi anche di quella del 1915/18) sia vivente che deceduto.  Essa ha lo scopo principale di onorare i mutilati ed invalidi di Guerra, mantenendo vivo il ricordo del loro sacrificio e del loro contributo alla configurazione dell’attuale Società civile, collaborare con le Autorità e le Istituzioni, sia italiane che estere, per contribuire allo sviluppo della coscienza civile e democratica dei cittadini, alla distensione internazionale, alla difesa della Pace ed al rafforzamento dei sentimenti di fratellanza fra i popoli;

promuovere e sviluppare iniziative, anche in armonia con Fondazioni consorelle, tese ad avvicinare i cittadini alle Istituzioni e a sostenere lo Stato democratico nei suoi Ordinamenti fissati dalla Costituzione; svolgere ricerche storiche, organizzare convegni, conferenze, seminari, manifestazioni ed attività culturali di qualsiasi genere connesse allo scopo della Fondazione, editando anche pubblicazioni, riviste opuscoli, libri, quant’altro utile a diffondere, su tutto il territorio nazionale ed all’estero, in particolare nelle giovani generazioni, la conoscenza del sacrificio sofferto dai mutilati ed invalidi di guerra italiani e dei grandi valori ideali che li animano; istituire borse di studio, premi anche di natura economica ed incentivi a favore degli assistiti.

 

   

4.2 - Associazione Nazionale Combattenti E Reduci

 

L' Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, acronimo A.N.C.R., è un Ente Morale di diritto privato (decreto del 1923). Ha sede in Roma. L'Associazione fa parte integrante del Consiglio Nazionale Permanente delle Associazioni d'Arma ed è iscritta all'Albo del Ministero della Difesa, ai sensi del D.M. 5/8/1982.

E' un'associazione apolitica e apartitica che ha la rappresentanza e la tutela degli interessi materiali e morali dei combattenti e dei reduci di guerra iscritti all'associazione; mantiene anche vincoli di cameratismo con le tutte le Associazioni d'Arma consimili. Iniziative istituzionali conformi alle finalità sociali (raduni, cerimonie, attività ricreative, tutela degli iscritti,...) .

L'Associazione si propone: il culto della Patria; la glorificazione dei Caduti in guerra, nei campi di prigionia e di internamento, e la perpetuazione della loro memoria; la difesa dell'unità e dei valori della nazione e della Costituzione Repubblicana;

   

 

4.3 - L'istituto del Nastro Azzurro

 

L'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valore Militare (o più semplicemente il Nastro Azzurro) trova la sua ragion d'essere nella riunione in una sola, ideale associazione di tutti i Decorati Al Valor Militare, dalle guerre pre-unitarie fino ad oltre la Seconda Guerra mondiale.

Attraverso il proprio periodico, Il Nastro Azzurro, l'Istituto mantiene in vita il ricordo di tutti quegli Eroi che, senza distinzione di classe e di ideologia politica, hanno portato nel mondo l'eroismo del Soldato, Patria comune di vincitori e vinti. Possono fare parte dell'Istituto i Decorati di medaglia al Valor Militare (Soci Effettivi) alla condizione di non aver compiuto, dopo il conseguimento della decorazione, azioni indegne o tenuto comportamento disonorevole, essere venuti meno alle leggi dell'onore militare, della morale ed ai doveri verso la Patria.

(Soci d'Onore) sono i Reparti delle Forze Armate ed i Comuni con Bandiera o Gonfalone decorato di medaglia al Valor Militare.

Possono inoltre continuare nella Grande Tradizione dell'Istituto i congiunti ed i discendenti di Decorati (Soci Aderenti) e tutti coloro che, pur non discendenti di un Decorato, condividono gli Alti Ideali dell'Istituto (Soci Simpatizzanti).

Eccezionalmente si potrà nominare Socio Benemerito anche persona esterna all’Istituto, purché in regola coi requisiti morali e che veramente abbia dato un contributo sostanziale allo sviluppo dell’Associazione

 

4.4 - Università Popolare Molfettese

 

La memoria collettiva

 

L’Università Popolare di Molfetta, fondata nel 1902, è un' associazione culturale no profit che svolge attività di Educazione Continua e Permanente per giovani, adulti e anziani attraverso lo studio, la ricerca, il dibattito, la formazione, l’aggiornamento culturale, le iniziative editoriali.

Osservatorio dei bisogni culturali ed educativi dei cittadini, si è fatta promotrice dell’educazione permanente degli adulti

L’Università Popolare è convinta che l’esperienza di ciascun uomo non debba essere sprecata, ma consegnata alle generazioni future. Per questo motivo, dalla sua nascita, sollecita i proprie soci e la cittadinanza a partecipare alle ricerche sulla memoria collettiva in collaborazione con le altre associazioni. Gli studenti si sono rivelati “ricercatori” attenti ed appassionati. I dati e il materiale prezioso da loro raccolto sono stati accuratamente selezionati da esperti e unitamente alle piccole storie orali raccontate dai protagonisti, hanno dato vita ad una serie di volumi della collana che resterà a testimoniare il vissuto delle generazioni passate.

L’U.P.M non si è accontentata di partecipare a questa ricerca e da anni, ormai, ha preso contatto anche con le scuole. Fra le molte esperienze significative quella con l’Università degli Studi di Bari.  Quando l’aggregazione si propone  finalità nobili come il  sentimento religioso, la solidarietà sociale, gli impegni culturali e possibile coltivare la buona tradizione. L’impronta del civilismo salveminiano è evidente e documentato, ed è questa l’importanza dell’Università Popolare Molfettese che non viene meno per tutta la sua pluridecennale attività. Diviene testimone di libertà durante il ventennio fascista ed esercita una preziosa influenza nella formazione dei giovani, per una nuova classe dirigente negli anni della ricostruzione. Oggi vuol dare una risposta al problema dell’educazione degli adulti e non solo degli anziani di cui l’attenzione politica si sta facendo carico come dimostra la recente legge regionale 26/2002 n°14. Non si tratta soltanto di assicurare agli anziani che costituiscono ormai una larga fascia di popolazione una attività ludica, ma di offrire a tutti gli adulti una libera agenzia educativa senza il simbolo cartaceo del diploma. La conoscenza del territorio è stato il primo obiettivo dell’U.P.M. Nei vari anni accademici, sono stati svolti seminari sulla struttura urbanistica di Molfetta: dallo sviluppo del borgo antico ai nuovi quartieri ma anche ai problemi come l’inquinamento, l’immigrazione e la criminalita.

 

 

4.5.1 - L’Associazione Molfettesi nel Mondo

 

 

L’Associazione Molfettesi nel Mondo da oltre vent’anni non smette mai di mantenere vitale e profondo il vincolo affettivo con gli emigrati pugliesi attraverso numerose iniziative e manifestazioni come gemellaggi, convegni, feste folcloristiche, sostenitori con le comunità di italiani all’estero, aiuti  agli emigrati più bisognosi. Oggi. sono pochissimi i molfettesi che emigrano negli Stati Uniti d'America o in altri paesi del mondo, ma in passato il fenomeno emigratorio dei molfettesi era di proporzioni impressionanti. Nel tempo della globalizzazione non esistono più frontiere e i giovani hanno ripreso a partire, lontano dalla città, con uno spirito diverso, con una cultura diversa, più preparati, più pronti e aperti alle nuove esperienze. Essi lo fanno ancora per lavoro ma anche per lo studio e per l’approfondimento, anche solo per imparare nuove lingue. Ma chi era il molfettese che emigrava negli Stati Uniti d'America e perché si apprestava a compiere il passo forse più importante della sua vita? Prima di rispondere a queste domande, cerchiamo di dare uno sguardo, storico e sociale, ad alcuni elementi e considerazioni essenziali del fenomeno migratorio. L’emigrazione è stata sempre considerata, dalle massime autorità politiche (e religiose) italiane, come un fenomeno in cui non si voleva, intenzionalmente, interferire. L’Italia, la Puglia, Molfetta hanno sempre voluto adottare una politica di laissez fair verso il fenomeno dell'emigrazione. Ci si giustificava con l'ammettere che, anche volendo, non si capiva bene come fare per arginare quel processo le cui componenti erano di dimensioni mostruose. I politici e la Chiesa hanno sempre considerato l'emigrazione come un fenomeno che non si era tenuti a sopprimere e che, anche volendolo, non si avevano i mezzi per farlo. La stessa Costituzione della Repubblica Italiana dichiara che '1a Repubblica riconosce la libertà di emigrazione...". L’emigrazione dei molfettesi verso i paesi dell'America del Sud (principalmente l'Argentina e il Venezuela), l'America del Nord (Stati Uniti d'America) e l'Australia ha una dimensione di carattere biblico. Nessuno sa con certezza quanti molfettesi, di varie generazioni, vivono in queste nazioni, ma stimare il loro numero uguale, se non addirittura superiore, a quello dei molfettesi che abitano a Molfetta non sarebbe affatto un'ipotesi senza fondamento.

Il primo fenomeno di emigrazione a Molfetta si ebbe nel 1913 per la partenza contemporaneamente dalla città di 683 persone, anche se si fa risalire al 1881 i primi individui approdati nel nuovo mondo [4] . Ma dopo la prima guerra mondiale, si assistette ad un esodo quasi biblico, quando partirono da Molfetta oltre 3000 persone, per fermarsi gran parte negli Stati Uniti d'America, Australia, Venezuela, Argentina, ma anche in Francia, Belgio, Svizzera,Germania ed in tante altre nazioni. Al principio gli emigranti Molfettesi erano in gran parte umili ed analfabeti e soffrivano anche i primi segni di xenofobia.

Il molfettese emigrato in queste terre rappresenta un elemento di un processo disumano in cui questi ha subito un trapianto forzato, senza preparazione alcuna, in un habitat di cui non si conosceva alcunché. Quindi, sradicato dai propri affetti, dalla propria cultura, dalle proprie tradizioni, per essere reimpiantato in un terreno ostico, diverso 4.

Ma in seguito, a quegli emigranti furono raggiunti da operai specializzati, tecnici, professionisti,laureati, i quali pur con grande difficoltà di integrazione, si inserirono nella nuova realtà raggiungendo anche livelli considerevoli e di grande visibilità nella società civile. Nonostante tali insperati successi, gli emigranti molfettesi non dimenticarono mai le proprie radici e tradizioni, valutando improbabili ritorni le hanno trapiantate in quei luoghi legandoli in modo inscindibile alla propria terra d'origine.

Infatti, conservano la cultura ma perdono il conflitto con la città, i molfettesi che partono. Non partecipando più della sua vita reale, la città di chi parte si riduce sempre più agli elementi mitici e simbolici della sua identità, la sagra della Madonna dei Martiri e le processioni della settimana santa, il dialetto e gli spazi della memoria, «ind'alla tèrre», «la Nenzeiate».

Saranno proprio questi elementi che gli emigranti, ad  esempio, tenteranno di «donare» nei luoghi del nuovo mondo fino a generare in alcuni casi delle vere e proprie ,«little Molfetta [5] ».

La partenza dell'emigrante molfettese dal proprio paese era accompagnata, qualche volta, dalla celata gelosia dei conterranei in condizioni più disperate del partente, ma, nella stragrande maggioranza dei casi, da vera e propria commiserazione dei propri paesani. Si diceva che l'emigrante era nu pòvere ad idde, ed egli rimarrà tale anche quando si sarà fatta una posizione economica di tutto rispetto. E come "pòvere ad idde",

L'emigrante molfettese non entrerà mai più a far parte della serie A dei cittadini molfettesi e italiani! Solo recentemente, grazie a un sia pur debole mo mento a carattere nazionale, si sta cercando di dare un po' di dignità all'emigrante considerandolo un  cittadino italiano all'estero".

 

 

4.5.2 -  L’importanza delle radici per gli Italo–americani: riflessioni.

 

Queste considerazioni fatte dall’autore del libro “My Molfetta” riguardano i molfettesi, americani che sono costantemente, quotidianamente impegnati alla difesa della propria identità, in un ambiente non sempre in sintonia con quello dei propri genitori o antenati. In questo confronto, che a volte assume toni abbastanza marcati, i molfettesì‑americani, si impegnano per stabilire e difendere il loro stile di vita, nel quale cercano di bilanciare ed armonizzare il retaggio italiano con l'americanismo, con l'American Way of Life, senza però  rinunciare ad alcunché della propria personalità, di se stessi. E’ intrinseca in questa lotta emotiva la preoccupazione di evitare una assimilazione di cultura (quella americana) che escluda ‑ a priori ‑ il riconoscimento della propria identità socio‑storica, incluso, in primo luogo, quello della lingua6. I molfettesi , una volta nella terra di adozione, mantengono praticamente inalterata le loro cultura, usi, consuetudini che rimangono solidi (infatti, in molti casi, rafforzati) al contrario, gli elementi più volatili e meno duraturi vengono convenientemente americanizzati.

Gli Stati Uniti – ma come in qualsiasi altro paese, inclusa l’Italia,   soggetto al fenomeno dell’immigrazione -  non hanno una politica di incoraggiamento delle varie culture etniche, poiché si limitano ad applicare una innocua politica di laissez‑faire, cioè lasciano l'iniziativa di coltivare la propria cultura al gruppo etnico stesso, senza incoraggiare tale iniziativa, né, in verità, ostacolarla. Anzi a mio avviso è piuttosto logico incoraggiare l’integrazione che tendenzialmente eviterebbe i fenomeni di intransigenza  ed intolleranza.  Quindi in sintonia con quanto affermato dall’autore, è sicuramente corretto affermare che spetti alla famiglia, alla comunità come anche gruppi di aggregazione quali le associazioni, incoraggiare e tenere viva la fiamma del nostro retaggio non alla nazione che accoglie gli immigrati.

 

4.6 – Associazione turistica  Pro Loco Molfetta

 

L'attività dell'associazione, senza fine di lucro, è improntata istituzionalmente sul volontariato, informazione e sensibilizzazione ambientale, culturale, archeologica, turistica fra i cittadini e nelle scuole elementari, medie inferiori e superiori. Svolge servizio di accompagnamento, con proprie guide, delle scuole e dei flussi turistici provenienti da tutto il territorio nazionale ed estero presso i siti di interesse storico, culturale, artistico, produttivo della città di Molfetta e dei comuni viciniori. Partecipa alla salvaguardia e tutela del patrimonio ambientale, agricolo, storico, artistico e culturale del territorio di Molfetta e dei comuni limitrofi. È editrice del periodico mensile di informazione “Molfetta Nostra” diffuso nelle regioni del Sud Italia. Presso la sede sociale è in funzione tutti i giorni, festivi compresi, uno sportello informativo e di assistenza per i flussi turistici e scolastici locali, nazionali ed esteri. La Pro Loco molfettese muove i primi passi all'inizio degli anni Trenta ad opera del dott. Aldo Fontana. Negli archivi una nota dell' allora Podestà, datata 23/10/1936/XIV-n° 16191, con la quale si invita il Fontana a costituire un gruppo di lavoro che volontariamente assume iniziative per promuovere la Città sotto il profilo turistico - culturale. Un gruppo di amici, capeggiato dal dott. Fontana, costituisce una Associazione intitolandola “Pro Loco Molfettese”. La Pro Loco molfettese che notoriamente da oltre cinquant'anni opera per la tutela, la promozione del territorio e dei cittadini, con un ampio ventaglio di iniziative connesse ai principi fondamentali della legge e della Carta Etica sul Servizio Civile Nazionale, per l'anno 2008 ha elaborato il seguente progetto: "recuperiamo il tessuto urbano e sociale della città"

Tra gli obiettivi della pro loco:

Il progetto del servizio civile mira alla rivalutazione e alla socializzazione dei quartieri storici maggiormente degradati sia dal punto di vista urbanistico che sociale coinvolgendo in modo particolare i cittadini residenti nei seguenti quartieri: Centro Antico

Quartiere Catacombe, Rione Cavalletti;

informazioni, presso opportune sedi, sulle opportunità offerte dal territorio in termini di servizi, strutture, interventi, nonché per tutte le esigenze di vita quotidiana degli extra comunitari e dei residenti;

impegno per un'opera complementare di recupero delle carenze formative scolastiche, in collaborazione con gli istituti scolastici di provenienza;

individuazione degli anziani, in condizioni di disagio, con interventi finalizzati alla miglioria della loro condizione, interessando i servizi sociali  e gli enti preposti per l'assistenza.

Tra le iniziative che ogni anno organizza la pro loco ricordiamo:

(febbraio) falò di S. Corrado; (luglio) sagra del calzone, dell'olio extravergine di oliva e del vino;

(agosto) sagra del pesce;  (agosto)  Molfetta in arte; (settembre)  sagra e degustazione del fungo carboncello;

(settembre) premio “duomo d'argento”; colora la tua città; (ottobre)  festa di San Nicola che viene dal mare;

(dicembre) Presepe in famiglia; (dicembre) Sagra dei dolci natalizi locali; (dicembre ) l'allegra tombolata;

convegni e tavole rotonde.

 

PARTE QUINTA

 

5 - Le attività  dell’associazione: mostre e convegni dal 2002 ad oggi

 

Nella scelta dei materiali documentari da mettere in mostra, si è cercato di perseguire l’obiettivo di un di un avvicinamento al pubblico non necessariamente specialistico ad alcuni momenti significativi della città.

I documenti, vari per tipologie, sono organizzati in un processo espositivo a più temi, anche di “storia minore”, che spiegano l’aspetto attuale di alcuni luoghi e simboli della città, aprendo squarci interessanti soprattutto per i giovani. 

Poiché non è possibile allestire mostre permanenti gia strutturate , si è pensato di ricorrere a percorsi unitari di tipo tematico o cronologico e di esporre esemplari bibliografici e documentari tra i più significativi, capaci di stimolare interesse e curiosità in chi, forse per la prima volta, visita l’esposizione.

Foto ingiallite dal tempo testimoniano eventi importanti per la nostra città (uno per tutti: l'inaugurazione del Seminario Regionale) lo sviluppo industriale del nostro territorio (Palazzo Capelluti, Biscottificio Pansini e Gallo, Cementificio De Gennaro Girolimini a Molfetta, la torre dell’orologio ecc..). Ciò permette agli

anziani di recuperare le immagini di una città che rievocano ormai come un sogno lontano e i più giovani a ricostruire idealmente una situazione che hanno avuto la possibilità di vedere solo attraverso le cartoline d'epoca.

 

5.1.1 - I Molfettesi nel 2' Conflitto Mondiale (febbraio 2002)

 

Grande è stata la partecipazione della città, oltre cinquemila presenze alla mostra.

Aggirarsi tra quelle foto, tra tabelloni, tra le teche di oggetti che hanno il sapore dei cimeli è stato un po' come entrare in una dimensione tutta particolare. Perché non solo di storia vi si parlava (quella con la 'S' maiuscola, quella che si insegna nei libri di scuola o scritta sulle enciclopedie), ma di tante “storie”, intrecciate a doppio filo con gli eventi più importanti ma anche tutte, a modo loro, dei piccoli eventi.

Dall'umile radiotelegrafista al militare insignito di medaglia d'oro al valor militare, dal fante entrato giovanissimo sul teatro di guerra al Generale, al partigiano, tutti i personaggi ritratti erano accomunati dal fatto di aver combattuto per l'idea di una Patria, e di averlo fatto nella Seconda Guerra Mondiale e soprattutto di essere molfettesi.

Un lavoro accurato con le mappe e le azioni di guerra, le foto originali degli ufficiali e dei soldati, dei mezzi, della tragedia che colpì tutta l'Italia e la nostra città.

Il grande merito della mostra, tenutasi nel chiostro della Chiesa di San Domenico a Molfetta, è stato proprio questo: riaccendere l'attenzione su una pagina fondamentale della storia di questa comunità, togliendola dal limbo dei ricordi sbiaditi e restituendola non solo all'emozione di coloro che combatterono sul campo, ma all'attenzione delle nuove generazioni.

Il senso dell'iniziativa è nelle parole dei Presidente della Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Molfetta, Giuseppe Binetti: 'Ci ha spinto soprattutto la volontà di onorare il sacrificio di tutti coloro che hanno combattuto e sofferto in nome e in difesa della loro Patria.

Ed eccoli i numeri dei lavoro di ricerca da lui coordinato ed attuato in collaborazione con l'Associazione Giovanile "Eredi della Storia”: 410 internati militari in Germania, 388 prigionieri di guerra ed internati civili, 480 invalidi e mutilati di guerra, 380 caduti o dispersi, 67 decorati (raffigurati e descritti con materiale fotografico raccolto anche da altri sodalizi (Ass. Naz. Invalidi e Mutilati di Guerra, Istituto dei Nastro Azzurro, U.N.U.C.I., Ass. Naz. Marinai d'Italia, Ass. Naz. Carabinieri, Ass. Naz. Finanzieri d'Italia).

Anche il novero dei fronti di guerra illustrato in 14 pannelli è stato completo, avendo militari molfettesi combattuto sul fronte francese, in Africa, nella campagna greco ‑ balcanica, così come in quella di Russia, senza contare i marinai e tutti coloro che hanno poi vissuto su opposti versanti le vicende della Resistenza e della Repubblica di Salò. Se si deve nutrire rispetto e ammirazione per eroi come ‑ tanto per citare i più noti, il S,Ten. Fiorino, il Capitano Azzarita (caduto alle Fosse Ardeatine), il Magg. Sallustio (tre volte medaglia d'argento, caduto in Russia) ed i tanti decorati come loro con medaglie al Valor Militare, non può descriversi la commozione che desta l'ultimo messaggio che il marinaio Panunzio, disperso in mare, affidò ad una bottiglia poi recuperata da un motopesca molfettese.

Si, proprio commozione, come quella che ha suscitato in alcuni visitatori l'aver visto esposto il nome dei proprio caro tra quelli dei militari dispersi in guerra, tanto da indurli a inginocchiarsi e pregare davanti a quell'elenco d'improvviso elevato a un piccolo, privatissimo monumento.

 

5.1.2 - Ferita ancora aperta

 

In molti però non hanno voluto partecipare all’allestimento di questa mostra documentaria e non hanno neppure fornito le fotografie che li vedevano protagoniste. Bisogna comprendere questa scelta. Le ferite non si sono ancora rimarginate, ed e triste rinverdire i ricordi che spesso altro non sono che incubi.

Scorrendo le centinaia di foto esposte, ci si è imbattuti anche in autentiche sorprese.

Per esempio la sciagurata battaglia navale di Capo Matapan, nella quale si persero ben 5 unità da battaglia ‑ gli incrociatori Fiume, Zara, Polo e i cacciatorpediniere Alfieri e Corducci, ad opera della Mediterranean Fleet Inglese dell'Amm. Cunningham, ma ben pochi sapevano che testimone diretto dell'evento fu anche un molfettese, l'allora ufficiale Mauro Facchini, imbarcato proprio sul Polo. Idern dicasi per il marinaio Michele Ragno, scampato all'affondamento dei sommergibile Vietro Micca', altro episodio famoso della guerra sottomarina.

Neanche i Carabinieri sono man­cati in questo ricchissimo elenco: il Ma­resciallo Francesco Bergliaffa, Coman­dante della Stazione CC. di Pola, la cui vita e la cui famiglia finirono al centro della tragedia delle foibe ad opera dei partigiani titini; ugualmente da ricor­dare le vicende che coinvolsero il V. Brigadiere Cosimo Antonaci, nonché i Carabinieri Nicola Musolino e Andrea

Apostolo, impegnati nella campagna balcanica.

E poi il Ten. Ragno (Medaglia d'argento al V.M. sul campo), il Capitano medico Nicola Maggialetti, la Croce di Guerra Franco Saieva, reduce dalla battaglia di El Alcimein... l'elenco è talmente lungo che fatalmente finiremo per omettere qualche nome.

Le massime autorità dello Stato si sono complimentate con i giovani, tra cui la Regione Puglia che ha premiato il Gruppo Giovani Eredi della Storia con una targa per il lavoro svolto, il Presidente della Regione Puglia con l'invio di una coppa, il Sindaco di Molfetta promettendo ai giovani di allestire una mostra permanente sugli eroi della nostra storia, il Comando della Capitaneria di Porto, il Comando dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, i quali hanno incoraggiato i giovani affinché il museo si arricchisca di nuovi documenti e continui la ricerca.

 

 

 

5.2.1 - I Molfettesi nella Grande Guerra (novembre 2002)

 

Allestita presso la Sala dei Templari è stata presentata la mostra documentaria della Grande Guerra,  che ha rappresentato testimonianze di vita quotidiana, sia al fronte che nell’ambito delle proprie case, dei molfettesi che hanno vissuto quella tragica epopea e quelli che hanno sacrificato la vita per l’Unità d’Italia, dei decorati e degli invalidi sopravvissuti a quella immane “mattanza” che fu la Grande Guerra, con il coinvolgimento della nostra città che subì due bombardamenti aerei e un cannoneggiamento navale, con vittime tra la popolazione.

Nella Sala Consiliare “G. Carnicella”, poi appassionati di storia, ex combattenti e congiunti, le massime autorità civili, politiche e militari nonché numerosi cittadini hanno accolto l’invito della dell’Associazione Eredi della Storia di Molfetta, partecipando convegno per ricordare “ I molfettesi nella Grande Guerra 1915-1918”. Giuseppe Binetti, presidente dell’ A.N.C.R. di Molfetta, ha presentato la mostra come una ideale prosecuzione dell’analoga iniziativa dedicata al secondo conflitto mondiale, tenuta nel mese febbraio dello stesso anno, presso la Fabbrica del Convento di San Domenico, un omaggio ai padri ed ai nonni che hanno combattuto la Grande Guerra.

Il Presidente Binetti in quel occasione ha esortato al culto dei valori che hanno fatto grande la nostra Repubblica, ha sottolineato l’importanza della memoria del passato che l’associazione è impegnata a difendere. Il sindaco Tommaso Minervini, durante il convegno, ha definito la manifestazione come processo di rievocazione storica e di identificazione tra generazioni; processo indispensabile per la comunità, che non può dimenticare il proprio passato, poiché fondata sulla saldezza delle sue radici.

All’intervento istituzionale del sindaco Minervini è seguito il sentito monologo del prof. Gaetano Mongelli, docente di Storia dell’Arte Moderna presso l’Università di Bari, il quale, tra aneddoti famigliari episodi storici e riferimenti artistici ha ripercorso i momenti terribili della Prima Guerra Mondiale focalizzando la sua attenzione sugli antieroi, sul milite ignoto, sui Cavalieri di Vittorio Veneto. Non poteva mancare il riferimento al “Monumento ai caduti “ che troneggia nella nostra villa comunale. L’opera realizzata da Giulio Cozzoli nel 1929 ed inaugurata l’anno successivo, raffigura una Nike della Samotracia (vittoria alata) che accoglie un fante, glorificazione dei 504 caduti molfettesi . Il dott. Michele Spadavecchia, consulente storico ha ripercorso gli eventi che hanno interessato anche la nostra città e l’evoluzione di Molfetta in quel periodo; 6500 abitanti affollavano la città vecchia: opulenta di industrie era la “Manchester del Sud” (parola del Re Umberto I).Un porto attivo, i ragazzi che ”terzolavano” le vele, i funai. Non c’erano disoccupati, (si parla infatti di un tasso di disoccupazione vicino allo 0%.), si era lontani dal fronte.

Quando gli uomini partirono, la responsabilità della conduzione della vita familiare ed economica cadde interamente sulle donne. Non fu risparmiata dalle bombe, Molfetta: nel giugno del ’15 un aeroplano austriaco la bombardò, e non si trattava come qualcuno pensò,di una manovra di ripiego dopo aver fallito l’attacco sul capoluogo ma di una scelta mirata  per mettere in crisi la produzione industriale del circondario. Ancora nel luglio del ’17, le granate si abbatterono sul nostro paese provocando morte tra i civili. E successivamente la flotta austriaca, volendo forzare il Canale d’Otranto per accedere al Mediterraneo, colpì le nostre coste per un’ora circa.

Intanto andava crescendo il numero di vittime concittadine: Angelo Rosito, primo ufficiale dell’esercito del regio a morire combattente, il Tenente Umberto Magrone, Tommaso De Candia, Giacomo Mazzara, il Sottotenente Sergio Bufi. Nelle foto dell’epoca non c’era spazio per i sorrisi. I fiori sugli elmetti erano auspicio di una battaglia breve,di qualche mese:si versò sangue per tre anni.

Guai a sorvolare sulla situazione che si presentava  al momento dell’entrata in guerra da parte dell’Italia: il fine (sconfiggere gli imperi reazionari dell’Europa Centrale e completare l’Unificazione) era senz’altro più nobile di quello che spingerà la Penisola ad attaccare la Francia nel ’40. Guai però anche a scordare che la maggioranza del Paese si rivelò neutralista e forse restare alla finestra sarebbe bastato per accampare diritti sul Nord Est; guai a dimenticare le esecuzioni esemplari di Cadorna per “educare”i militari al rispetto degli ordini. La guerra è cattiva ed incattivisce l’uomo.

Coinvolgente il momento conclusivo della manifestazione, con l’alzabandiera in Piazza Municipio, preludio dell’inaugurazione della mostra presso la Sala dei Templari.

Scendere tra le antiche mura era come fare un viaggio a ritroso nel tempo, accompagnati dagli inni patriottici della Grande Guerra. Le uniformi e le armi d’epoca, la ricostruzione di una trincea, l’elenco dei caduti molfettesi, le immagini propagandistiche, i proclami, tutto rievoca storie di sacrificio e coraggio ai nostri ragazzi impegnati nelle missioni di pace nelle zone più “calde” della terra.

La mostra seguiva un percorso didattico pedagogico segnato da pannelli ricchi di foto e riproduzioni digitali di documenti originali che consentivano al visitatore di seguire un itinerario che lo conduceva dal Proclama della dichiarazione di guerra al più famoso Bollettino della Vittoria. Il percorso si snodava  tra immagini di primi piani  di personaggi famosi come il Re Vittorio Emanuele, e un illustre concittadino Gabriele Poli del corpo degli Alpini. Seguiva una teca che custodiva la sua divisa originale completata da elmetto e giberne, e cosi via pannello dopo pannello, comparivano volti ed immagini di giovani soldati della città di molfetta, tutti in divisa, da soli o in gruppi… che non sorridono!

Questa particolare nota, merita di essere presa in considerazione, dato che di solito l’atto fotografico dovrebbe esprimere un momento di allegria o per lo meno di serenità… ma quei volti sono tutt’altro che spensierati, tutt’altro che sereni…

Lo sforzo che l’Associazione Eredi della Storia ha profuso nell’organizzare questa mostra, costituisce una vera e propria fototeca storica che dovrebbe essere assunta come un punto di riferimento culturale, pubblico e permanente per la comunità di Molfetta.

Il successo di tale manifestazione conferma l’esistenza di un desiderio sopito di conoscere e scoprire tutto ciò che ha coinvolto e sconvolto la vita dei nostri padri.

A più di 80 anni di distanza dalla fine della prima guerra mondiale, in cui morirono 680.000 italiani con circa un milione di feriti e invalidi, è giunto il momento di ricordare il contributo di Molfetta che ha donato oltre 500 giovani all’Italia e più di 1000 invalidi e mutilati. Il motto che sovrasta un cimitero della Grande Guerra cosi recita: “Non dimenticateci” e gli Eredi della Storia, nel loro piccolo, hanno rispettato questa volontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

5.2.2 - Una cronaca dell’epoca

 

Riteniamo opportuno ricordare, in questo breve resoconto particolareggiato le  trepidazioni vissute dalla nostra città a causa della feroce barbarie nemica che, contro i principi di ogni diritto internazionale, spesso si sfogò seminando la strage anche su città indifese.

Un biplano austriaco, che nascondeva la sua nazionalità con bandiere italiane, dopo aver sganciato quattro bombe su Bari, volò sulla nostra città, e dopo aver planato intorno all’obiettivo, lasciò cadere quattro ordigni nei pressi della stazione ferroviaria con l'evidente scopo di interrompere le comunicazioni ferroviarie.

Erano i primi giorni della guerra,

le quattro bombe scoppiarono con grande fragore procurando per fortuna lievi danni. Solo quella caduta sull'Oleificio in prossimità della stazione ferroviaria, produsse una vittima nella persona dell'operaio De Palma Mauro.

La seconda incursione gli Austriaci la fecero dal mare: fin dalle prime ore del mattino dell'11 agosto successivo i nostri contadini che si recavano in campagna dalla parte della Madonna dei Martiri avevano notato non troppo al largo, in direzione dei Tiro a Segno, una nave che alcuni si fermarono anche a contemplare credendola dalla R. Marina. La nave, il cacciatorpediniere “Tatra”, attese, l’alba per iniziare un fuoco intermittente che durò oltre mezz'ora. Circa cento furono i colpi, diretti contro gli stabilimenti, che furono danneggiati e contro i ponti della via provinciale Molfetta‑Giovinazzo, evidentemente scambiati per ponti ferroviari. Oltre i danni materiali non si ebbero a lamentare vittime.

Più micidiale invece la terza incursione, che ebbe luogo verso le otto del 27 luglio 1916.

Questa volta i velivoli furono parecchi: un'intera squadriglia, dopo aver tentato invano di forzare la linea di fuoco che sbarrava l'ingresso sulla città di Bari, volò su Molfetta sganciando le sue bombe.

La popolazione attendeva pacifica alle sue occupazioni e molti erano saliti sui tetti per mirare quelli che per l’epoca erano dei mezzi ancora straordinari e inusuali. In vari punti della città echeggiarono i cupi boati degli scoppi delle bombe. I velivoli sorvolarono sul nostro cielo circa venti minuti assolutamente indisturbati.

Dopo che si allontanarono si constatò il doloroso bilancio della inumana aggressione: sette morti e dieci feriti per lo più donne, fanciulli e vecchi.

Né meno rilevanti furono i danni materiali. La cittadinanza fu commossa e visse giornate di dolore calmo e dignitoso. Alle vittime per volere della civica Amministrazione dell'epoca, sindaco il dr. Graziano Poli, furono fatti solenni funerali a spese del Comune. Parteciparono tutti i cittadini, che sospesero il lavoro per raccogliersi intorno alle bare di quelle vittime.

I poveri resti sono raccolti sotto il Cippo, costruito anch'esso a spese del Comune che, non poteva trascurare la rievocazione di queste dolorose pagine di storia cittadina.

 

 

 

5.3 - Una storia mai scritta: le foibe (maggio 2004)

 

Un passo avanti contro la faziosità e la demagogia: questo il fine ultimo della mostra fotografica e multimediale sul tema "Italia Liberata, Trieste dimenticata: le foibe", organizzata dall'Associazione  Eredi della Storia" di Molfetta, dalla Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e d'Arma, dall’ Associazione e Fondazione A.N.M.I.G. e, con il patrocinio dei Comune e della Regione Puglia. Iniziativa che ha voluto stimolare il dibattito su una delle pagine meno conosciute  e più scomode della storia del secolo scorso: dal 1943 al 1947  migliaia di italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia vennero  trucidati ed i loro corpi occultati nelle foibe (cavità carsiche) perché italiani  o rappresentanti delle nostre istituzioni.

Tra le vittime, infatti, figurano rappresentanti delle forze armate, civili, ed anche partigiani (molti dei quali erano contrari all'epuzione).

Notevole il flusso di pubblico (comprese molte scolaresche provenienti dai comuni limitrofi) che dal 25 aprile al 16 maggio ha visitato l’esposizione allestita chiostro e nella Neviera della Fabbrica di San Domenico.

Nel chiostro hanno trovato spazio pannelli a tema dedicati a diversi aspetti dei periodo storico preso in esame, dal "Fronte greco ‑ albanese" a “ I Carabinieri in Istria 1940‑41", da “La guerra di Liberazione in Italia” a  “La lotta partigiana e guerra civile” concludere con l'elenco e le foto  dei “Comuni scippati all'Italia” (ben 126), ossia i comuni che vennero assegnati alla Jugoslavia (attualmente Slovenia). Nella neviera invece si poteva prendere visione delle testimonianze relative al dramma delle, foibe (le foto sono state  fornite  dall'Associazione  Nazionale Carabinieri e dall'associazione Continuità Adriatica) Particolare attenzione è stata dedicata ai molfettesi coinvolti, come il carabiniere Bergliaffa, il quale, costretto alla fuga, perse i contatti con la propria famiglia (che venne trucidata); trasferitosi a Molfetta si formò una nuova famiglia, il Marò Giancaspro e ancora, il finanziere Mininni.

Il tema è stato, poi, approfondito nel convegno conclusivo che si è tenuto il 16 maggio.

Relatore il dott. Michele Spadavecchia, consulente storico dell'Ass. "Eredi della Storia", il quale, con l'ausilio di diapositive (circa 200) ha ricostruito le tragiche vicende che si sono succedute in terra slava, dagli errori dei Fascismo, con le manifestazioni antislave e la distruzione di tutto ciò che rappresentava la tradizione slovena e croata, la "crociata cattolica" di Pavielic e degli Ustascia, addestrati e sovvenzionati dall'Italia, al caos seguito alla sua caduta, all'avvento dei partigiani di Tito e dei Cetnici (combattenti filo monarchici anticroati), fino agli eccidi, per lungo tempo negati, delle foibe ed al recupero dei resti delle vittime. Ricostruti anche lo scenario internazionale, con i primi vagiti della Guerra Fredda, i contatti tra Churchill e Tito, nonché gli accordi postbellici sui confini.

Toccante la testimonianza di un sopravvissuto, il Ten. Graziano Cidovisí letta dal prof. Vincenzo Valente, il quale ha sottolineato la piena attualità di tali vicende: "I popoli sopportano la guerra che ricade su di loro... le guerre sono volute dalle classi di potere, per spirito di ambizione, di comando, di potere economico e il debole ne paga il fio'.

Al convegno ha preso parte anche una delegazione di "Continuità Adriatica", associazione apolitica, nata a Trieste nel 1999 da un gruppo di amici, dedicati alla ricerca storica ed archivistica, animati dalla volontà di accendere i riflettori su una "storia mai scritta", il dramma belle foibe, appunto.

Tra le prime iniziative, ci ha raccontato il presidente dell'Associazione, Dino Giacca, c'è stata una mostra fotografica che, oltre Trieste, ha toccato diverse città dei nord Italia (Padova, Milano, Bologna, solo per citarne alcune) che , in due settimane, ha registrato oltre 1270 visitatori.

La manifestazione è stata, però, accompagnata da notevoli polemiche sull'opportunità e sui tempi di realizzazione.

A tale proposito riteniamo giusto sottoscrivere un'affermazione espressa dal prof. Valente: un tributo alla verità che bisogna avere il coraggio di guardare. Perché questo non accada mai più.

 

 

5.4 - 2 dicembre ’43: il disastro di Bari  (febbraio 2005)

 

La città di Molfetta visse anche l'esperienza di alcuni bombardamenti: in uno morirono quattro molfettesi, in un altro, qui la bomba fu gettata a mare nei pressi dello stabilimento balneare 'Don Cristallino", ci fu fortunatamente solo panico tra i bagnanti. Terminata la guerra, furono scaricate nel mare, lì dove c'è la "Fossa adriatica" ' enormi quantitativi di munizioni, invero ancora oggi continua, specie presso Torre Gavetone, la bonifica da parte della Marina militare. Particolarmente pericolosi si sono rivelati degli ordigni contenenti gas chimici, tra cui l'iprite (così chiamata dalla città francese IPRES dove venne usata per la prima volta nel 1917 dai Tedeschi), sostanza che, a contatto con l'aria, vaporizza e colpisce i polmoni, le vie respiratorie causando in pochi minuti la morte. Molti pescatori anche di Molfetta sono morti o sono rimasti gravemente ustionati per aver tirato con le reti ordigni con questo gas.

Il problema dell’iprite, purtroppo ancora attuale, è l’argomento del convegno tenutosi nel febbraio 2005 avente per titolo: “2 Dicembre’43: Il disastro di Bari”

Infatti, ancora una volta noi dell'Associazione "Eredi della Storia" abbiamo voluto puntare i riflettori su aspetti “nascosti” o minimizzati dalla storia dei vincitori.

La nostra azione si propone di completare il mosaico degli eventi che hanno connotato gli anni controversi della seconda guerra mondiale e del primo dopoguerra, fornendo documentati spunti di riflessione a quanti hanno il coraggio di guardare alla storia senza ideologismi e preconcetti. L'interessante manifestazione, realizzata nell'ambito delle iniziative programmate per la Giornata della Memoria, è stata organizzata in collaborazione con la Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e d'Arma e con la Fondazione A.N.M.I.G., ed ha ricevuto il patrocinio dalla Regione Puglia, dalla Provincia di Bari e dal Comune di Molfetta.

La ricostruzione storica dell'evento è stata affidata al generale Giuseppe Picca, presidente dell'Istituto Nastro Azzurro ‑ Federazione Provinciale di Bari, il quale ha evidenziato come il bombardamento di Bari sia stato il peggiore disastro, dovuto ad un bombardamento aereo, subito dagli Alleati, dopo Pear Harbour, con l'affondamento di 15 navi ed il danneggiamento di molte altre, e come l'accaduto abbia influenzato le successive operazioni belliche; eppure si di esso, per decenni, è calato il silenzio, al punto di non trovarne traccia neanche nelle più approfondite ed accurate storiografie.

Il mistero è presto svelato. Subito dopo il verificarsi dei fatti, su di essi è calata una cortina di silenzi poiché Whiston Churchill aveva posto il veto sulla diffusione di tali notizie, preoccupato di occultare una grave infrazione da parte degli Inglesi: nel porto di Bari erano presenti delle bombe che non avrebbero dovuto esserci.

Si trattava di 2000 bombe N47A, ordigni carichi di iprite, sostanza scoperta dai Tedeschi ed utilizzata durante la Grande Guerra. Subito dopo il conflitto la micidiale "arma di sterminio di massa" era stata messa al bando ma, come sempre accade, era ancora utilizzata segretamente.

Le bombe inesplose furono smaltite in mare per volontà degli americani, con pericoli incalcolabili a tutt’oggi presenti; un numero imprecisato di vittime fu contaminato dalle esplosioni e riportò in seguito gravi danni; da quel momento la censura militare, preoccupata delle ripercussioni sull’opinione pubblica, oppose il suo veto alla diffusione di notizie sull’accaduto;
A farne le spese migliaia di americani e di baresi, che morirono senza che se ne conoscesse la causa reale. Con loro numerosissimi pescatori molfettesi, che troppo spesso sono venuti inconsapevolmente a contatto con la terribile sostanza chimica, anche in anni recenti.

Dopo l'8 settembre, con l'arrivo degli Alleati, che peraltro precedentemente l'avevano risparmiata, Bari era una città tranquilla, in cui era tornato un relativo benessere e, con esso, la voglia di divertirsi.

Gli Alleati, da parte loro, erano intenzionati a realizzare la 15 Air Force, ossia un terzo fronte aereo, dopo quello inglese e russo, ma sottovalutarono la reale forza aerea tedesca.

Il porto di Bari era un importante scalo logistico, per cui oggetto di una intensa che non conosceva soste, neanche di notte. I radar guasti e l'area portuale illuminata a giorno favorirono enormemente il 1avoro" dei 105 bombardieri tedeschi.

Non è semplice descrivere l'inferno che ne segui. Il dramma fu aggravato dalla presenza dell'irite. La nave carica di bombe venne colpita da schegge incendiate, che provocarono dei focolai, ben presto diventati ingovernabili. Alle 20.30 del 2 dicembre 1943 la nave si inabissa. Non tutte le bombe N47A, però, esplosero; una parte dell'iprite si mescolò alla già pericolosa poltiglia di acqua e petrolio, altri ordigni rimasero sul fondo del mare. L’Azoiprite ormai è mischiata alla nafta incendiata e, il fumo che produce diventa un potentissimo veleno. Bari e la sua popolazione ringraziano il vento che ha risparmiato alla città una storia più agghiacciante. Le vittime accertate fra militari e civili sono più di 2000. I feriti militari sono soccorsi al Policlinico, gestito dal Comando Neozelandese, ma  vengono curati in modo superficiale. Questo perché i medici ignorano del tutto il problema Iprite. Tanto che a numerosi marinai è diagnosticata “congiuntivite”. Per i civili non c’è spazio neanche per questi errori e, li lasciano al loro nero destino. Nessuno informò i soccorritori, che intervennero senza alcuna precauzione. Dopo pochi giorni cominciarono le morti "inspiegabili".

Le caratteristiche dell'iprite ed i suoi nefandi effetti sono stati descritti dal dott. Michele Spadavecchia, nostro consulente storico, che ha ricordato come per liberare il porto di Bari dagli ordigni inesplosi si pensò bene di inabissarli, avvalendosi della marineria locale (pagata a viaggi). Non tutte le bombe finirono alla profondità stabilita; di conseguenza nel corso degli anni molti marinai, soprattutto in estate (il gas a temperature superiori a 13' volatilizza) sono venuti a contatto con le sostanze vescicanti, riportando danni permanentì, che in taluni casi hanno pregiudicato il prosieguo dell'attività.

A dare ancora maggiore rilevanza al convegno è stata la proiezione di foto inedite che hanno mostrato i personaggi, i mezzi, le dinamiche e le conseguenze dei fatti raccontati.

Eventi che continuano a ripetersi, pur se a latitudini e con personaggi diversi.

Diventa, allora, necessaria la nostra attenzione e la nostra riflessione affinché le nuove "tecniche", le nuove "sperimentazioni", vengano utilizzate unicamente per scopi scientifici e benefici.

Ma questo, come ha affermato il dott. Spadavecchia, “è un atto di fede nell'onestà e nella moralità degli addetti ai lavori”.

   

5.5 - Molfettesi nella guerra italo-turca 1911-1912 (novembre 2005)

 

Ancora un’altra fatica per i giovani dell’ Associazione Eredi della Storia e della Fondazione  A.M.N.I.G..

Questa volta li vede impegnati in una ricerca ardua ma ricca di colpi di scena. In effetti, si tratta di una guerra che l’Italia sembra voler non ricordare. In assoluto tutto ciò che riguarda il rapporto Italia e Africa tende a rimanere nascosto, come se l’Italia volesse disfarsi del suo passato, quasi un non potere o volere  fare i conti con esso, una rimozione nazionale che è sempre più evidente e che impedisce di analizzare gli errori e di prevenirne il futuri come  in ogni società civile matura. Appena quindici anni dopo la sconfitta di Adua(1986), scoppiò la seconda guerra coloniale dell’Italia: quella per il possesso della Libia(1911-1912), combattuta contro la Turchia, sotto la cui sovranità si trovava quella regione.

Quale furono le cause della guerra?Una apparve evidente:le regione africane bagnate dal Mediterraneo erano bagnate da altre potenze(Francia e Inghilterra) con l’unica eccezione della Libia e quindi c’era il serio pericolo che veniva occupata da qualche altra nazione e che l’Italia rimanesse soffocata  nel Mediterraneo. Pertanto durante il ministero di Giolitti, l’Italia conquistò la Libia.

L’Italia dimostrava un notevole slancio economico con lo sviluppo della produzione industriale, con il pareggio del bilancio dello Stato, nell’aumento della popolazione. Nuove forze si affacciavano nella scena politica;i cattolici (non più astensionisti) i socialisti  che davano vita nel 1906  alla CGL (Confederazione Generale del Lavoro) mentre si organizzavano i primi nuclei del movimento nazionalista. La spinta nazionalistica  alla guerra ebbe senza dubbio gioco facile nel  provocare il conflitto italo-turco. Ma trovarono la loro parte anche precisi interessi economici che l’Italia aveva maturato. Tra essi annota il Calibrizzi: “il grande merito di aver potentemente sviluppato gli interessi  economici in Libia spetta al Banco di Roma“. Questo istituto inaugurò una sua succursale a Tripoli il 15 aprile 1907, poco dopo esso aprì agenzie a Bengasi, a Derna , ad Homs, a Misurata, a Zaura ecc..[...] Esso non limitò la sua attività alle operazioni puramente finanziarie, ma promosse, con audacia  lo sviluppo commerciale e industriale. Infatti il Banco di Roma, acquistò anche terreni  per esperimenti di coltura agraria, provvide all’impianto delle fabbriche di ghiaccio, di mulini meccanici,di oleifici,[…] esercitò infine due linee di navigazione7.

Il governo turco moltiplicava atti di dispregio verso i cittadini italiani residenti e cercava ogni pretesto per ostacolare l’attività o danneggiarli. Le cose erano giunte a tal punto che il Banco di Roma vedendosi esposto a gravi danni, parve avesse aperte  trattative per cedere tutti  questi suoi interessi ad un gruppo di banchieri austro-tedeschi.

La guerra appariva quindi l’unica soluzione al Giolitti, e non solo a lui, per scongiurare tale pericolo..

Ad opporsi alla guerra furono Repubblicani e socialisti. Ed è qui che comparve il grande storico e politico molfettese Gaetano Salvemini, avversario di Giolitti.

Secondo il Nostro illustre concittadino, la mossa del Banco di Roma avrebbe mirato a ben altri intenti sostenendo che: ”Il Banco di Roma, che nel  1905 aveva avuto l’incarico di fare la penetrazione economica  della Libia” e l’aveva fatta con affari sbagliatissimi  rendendo odiosa l’Italia agli indigeni, aveva bisogno di assicurarsi , senza ulteriori ritardi i frutti dei capitali arrischiati. E per eccitare il governo a smettere ogni indugio, aveva nell’estate del 1911  concluso un compromesso con un gruppo di banchieri tedeschi, mediante cui si preparava  a cedere loro tutti i diritti di cui era investito in Libia8. Nel Banco di Roma poneva  “tutti i suoi risparmi il Vaticano”; e ciò spiegherebbe la mancata opposizione dei cattolici alla guerra di Libia.

L’ultimatum italiano alla Turchia fu presentato nella notte dal 26 al 27 settembre 1911 a Costantinopoli.

Il 29 settembre cominciarono le ostilità che videro come primi protagonisti la Regia Marina con i suoi marinai utilizzati come truppe da sbarco che sotto la guida  del comandante Umberto Cagni occuparono Tripoli, poi Tobruk, Derna, Bengasi, Homs. 

In questa fase di conquista partecipa il concittadino “tenente Amato Luigi”, comandante di plotone della 3^ Compagnia del 6° Reggimento di Fanteria, che con spiccata bravura e dimostrando ottime qualità di comandante, partecipò alle operazioni per l’occupazione di Ain Zara (4 dic. 1911) e al combattimento di  Bir Tobras (19 dic. 1911).

Verso la fine di gennaio 1912 il ten. Amato  si ammalò di catarro intestinale e fu ricoverato in ospedale turco e poi il 21 febbraio fu  fatto rimpatriare. Durante le elezioni politiche indette  per il 26 ottobre  1913 venne mandato in servizio d’ordine in terra di Bari dove l’atmosfera era concitatissima. A Molfetta in particolare si scontrarono i contrapposti schieramenti politici facenti capo a G. Salvemini e Pietro Pansini. La candidatura del collegio Molfetta - Bisceglie di Salvemini era appoggiata  dalle organizzazione operaie, degli insegnanti, dagli emigrati; la candidatura  del  Pansini era appoggiata dai ricchi e dagli agrari. Le elezioni furono precedute da tumulti e da scioperi , tali da ricorrere all’invio in Puglia di reparti dell’esercito  che contribuirono con le forze dei polizia, al mantenimento dell’ordine pubblico9. Altro cittadino molfettese fu il S. T. Vascello Panunzio Tommaso che a bordo della torpediniera Spiga sotto il comando del C.V. Millo Enrico partecipò al raid del Dardanelli meritando una medaglia Argento al Valor Militare, col marinaio scelto Spadavecchia Francesco che venne insignito di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, ed altri cinque tra marinai e motoristi che ebbero un encomio solenne  da parte dell’Ammiraglio Aubry.

E poi ci sono i risvolti civili e non solo militari come il problema degli italiani espulsi dalle terre turche allo scoppio selle ostilità. Interi nuclei familiari (composte da sette a dieci persone fra adulti e bambini) furono accolti nella nostra città ma costretti a vivere in condizione di miseria nei cosiddetti sottani.

Comunque quella di Libia fu una guerra che segui il cammino obbligato delle campagne coloniali: facile occupazione della costa al principio, ma, in una seconda fase difficile e logorante “guerra di penetrazione”.

Vi furono anche molti pugliesi che perirono sotto il fuoco turco (Centrone Francesco, nato a Molfetta soldato dell’11° Regg. Fanteria, (muore a Sidi Garbàa il 16 maggio 1913), e molti furono decorati al valore.

 

 

5.6 - 1900‑1945: dalla microstoria alla macrostoria (giugno 2006)

 

L’Associazione Eredi della Storia e Istituto Magistrale Statale "Vito Fornari" di Molfetta hanno collaborato per la realizzazione del progetto‑mostra sul periodo del 1900-1945 ha permesso a noi giovani che abbiamo partecipato attivamente all’allestimento, di "toccare con mano" le realtà dell'epoca, fatta di sofferenze e di sacrifici, di assaporare le atmosfere e respirarne le essenze, ricreando scorci e momenti del passato, tramite la ricostruzione di scene di vita comune.

Il progetto scolastico è stato quello di “fare storia”, cioè seguire un percorso che ha origini dalla storia locale per poi ampliarsi in un contesto nazionale ed internazionale. La storia a noi vicina, quella raccontata dai nostri nonni e dai testimoni di quell’epoca che vede come protagonista la gente comune che deve affrontare i problemi quotidiani in un contesto storico disseminato di eventi terribili, quali la Guerra di Libia (italo‑turca), l'epidemia del colera, la Grande Guerra, l'epidemia della spagnola. il secondo conflitto mondiale, il ventennio fascista, la caduta della monarchia.

Particolarmente interessante si è rivelato l'allestimento dell'esposizione, che ha visto la ricostruzione di diversi ambienti d'epoca, come una trincea (nella quale sono stati "assemblati" cimeli della la e della 2a Guerra Mondiale) o un'aula scolastica del Ventennio, con un tipico banco di legno, il crocifisso ed i ritratti di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, o, ancora, una tavola imbandita per gli ufficiali delle truppe di occupazione nelle colonie. Ogni sezione prendeva in esame un particolare argomento: dall'emigrazione agli antichi mestieri scomparsi (con alcuni attrezzi artigianali, come i fusi o la ruota dentata utilizzata per la realizzazione di funi, dal ruolo delle donne ai giochi, dal matrimonio al carnevale. Diversi cimeli in esposizione hanno destato notevole curiosità, come le tessere per il pane, foto della prima banca molfettese: la Banca Farinola, le divise o la valuta italiana.

Molta attenzione è stata dedicata alla vita in città, le tradizioni, la quotidianità dove anche le foto più tranquille  ricordano terribili momenti di follia bellica; non vi sono scene cruente con esplosioni o con feriti gravi, ma il tutto

è presentato in una atmosfera a dir poco serena

Inoltre  erano presenti foto di gruppi di giovani sorridenti, vacanze al mare, condivisione del cibo con bambini sul fronte, civetteria nel costumi della moda che evolve, ecc.

Infatti notevole attenzione è stata calamitata dal settore dedicato alla moda, in cui erano esposti abiti dal primo Novecento sino agli anni Venti, lingerie in seta, vezzosi cappellini ed accessori (dai gioielli da mezzolutto agli ombrellini per il sole, dai ventagli di madreperla al libricini per la Messa), abitini per il Battesimo o la Prima Comunione, corredati da foto d'epoca.

La moda ha sempre avuto grande importanza nella società. All'inizio del secolo la moda femminile risentì dell'influenza inglese e francese: la linea della veste seguiva, con morbidezza, quella della figura femminile e anche i colori si fecero più delicati

Negli anni '20 le gonne cominciarono ad accorciarsi sempre più sollevando critiche accese e accuse di frivolezza, come si può leggere in un articolo di Luce e vita dell'agosto 1933: Le giovani e le piccole italiane devono dare anche esternamente, dal loro modo di vestire, l'impressione della serietà e dell'educazione fascista che è loro impartita ... Si parlava anche di una tassa che le ragazze sopra i 12 anni che portavano un taglio di capelli troppo corti dovevano pagare.

In effetti, la donna in quel periodo ha dovuto affrontare momenti in cui doveva dimostrare tutto il suo coraggio e la sua forza, .... Per esempio, assistere alla partenza dei propri cari per il fronte, lasciare la propria terra per emigrare in posti lontani, reggere una famiglia, di solito numerosa, senza il sostegno del marito o del padre, partorire in condizioni igieniche disperate, piangere la scomparsa del congiunto morto o disperso sui fronti di guerra, ma sempre con dignità, sempre con coraggio .

All’ inizio del '900 le donne si occupavano essenzialmente delle faccende domestiche e quindi passavano molto tempo in casa: la loro dimora era la cucina e gli oggetti che la arredavano erano: la chéndarìedde, ossia la conca di terracotta, le cicemùcheIe, ossia il lucerino di terracotta dove si conservava l'acqua, u fraséiere cu péete, ossia il braciere con il piede di legno, ecc. Se la maggior parte delle donne maritate lavoravano in casa e badavano al marito ed ai figli, silenziose e remissive, altre donne si occupavano di cucire e di ricamare presso la màièstre ossia la maestra di cucito. Le donne anziane rattoppavano i vestiti, moltissime cucivano con chènòcchie o la metènare invece le donne dei pescatori si dedicavano a rammendare le reti chiamate pezzecudde. Le donne giovani, invece, lavoravano sulla biancheria oppure piano, piano ricamavano oro corredo matrimoniale. Esse non uscivano mai da sole e solo la sera, affacciate al balcone, ascoltavano le serenate dei loro amici e poi andavano subito a letto.

Documenti che hanno suscitato una certa curiosità sono quelli relativi al cosiddetto matrimonio concordatario

Che mondo quello sconvolto dalla guerra! Mondo che intralcia gli affetti, l'amore!

Durante il secondo conflitto mondiale, oltre ai normali matrimoni che si celebravano in Chiesa, in virtù del Concordato del 1929, tra lo Stato italiano e lo Stato del Vaticano, vi era anche il matrimonio religioso celebrato in virtù dell'art. 13 della Legge 27‑5‑1929, n° 847. Detta legge abbreviava l'iter burocratico, per agevolare i giovani soldati a contrarre regolare matrimonio. Per detta legge, o per meglio dire, per detto art. 13 bastava l'autorizzazione del Comando superiore del militare senza alcun'altra certificazione, nè vi era alcun obbligo di procedere alle pubblicazioni che si affiggevano all'albo pretorio, per 15 giorni. Era d'obbligo però, da parte del Comune di residenza, tenere affisso per 10 giorni l'avviso della avvenuta celebrazione del matrimonio, dopo la necessaria trascrizione sui registri di Stato civile (Registro matrimoni) con l'indicazione delle generalità degli sposi.

Praticamente gli sposi rimanevano pochi giorni insieme, perché lo sposo militare era obbligato a raggiungere il suo reparto al più presto possibile, altrimenti veniva dichiarato disertore. La pena era pesantissima, si rischiava anche la fucilazione.

Abbiamo voluto “Fare storia" in maniera diversa dal solito, evitando classiche nozioni infarcite di date e di nomi esprimendo concetti, metodiche di ricerca, (archivi storici, ricerca bibliografica, ecc.)

per far crescere nello spirito dello studente la curiosità che spinge alla ricerca, lo sviluppo di quel senso critico che rende liberi di decidere in maniera autonoma. Crediamo che con questo lavoro si sia rispettato il concetto didattico di “fare storia” secondo i canoni moderni, che faranno apprezzare questa materia resa più "piacevole" come oggetto di studio.

La preparazione e la raccolta del materiale è stata lunga e laboriosa. I lavori sono partiti dal novembre 2005 e la ricerca bibliografica è stata svolta dalle studentesse della 2 a A/L, 3 a B/P e 4' AIL presso gli archivi storico‑comunali delle proprie città (Molfetta, Giovinazzo, Bisceglie, Bitonto) con grande impegno, che gravava già sul normale carico di studi.

Il lavoro di sintesi, difficilissimo per poter riassumere 45 anni di storia densa di avvenimenti, è stato svolto dalla prof.ssa Rita Finzi e dal dr. Michele Spadavecchia, presidente della Ass. Eredi della Storia. Preziosissima è stata la decisiva collaborazione della prof.ssa Nanda Amato che gentilmente ha concesso di poter usufruire del materiale fotografico, documentario e oggettistico raccolto e con servato dal padre Gen. Luigi Amato. La logistica è stata curata dal sig. Sergio Ragno quale commissario dell' Istituto Nastro Azzurro Sez. di Molfetta.

 

 

 

5.7 - Altre attività dell’associazione

 

 

5.7.1 - Tornano le spoglie di Giovanni de Cesare

 

Per non dimenticare. Due iniziative per sottolineare il sacrificio della gente in Terra di Bari nell’ultimo conflitto mondiale.

Sono stati inumati nel Sacrario del cimitero di Molfetta, al termine di una cerimonia eucaristica celebrata nella parrocchia di S. Domenico, i resti di Giovanni de Cesare marò morto ad Edmen in Germania il 28 gennaio del 1944. De Cesare fu catturato dai tedeschi a settembre del 1943 mentre era imbarcato come fuochista sul piroscafo Corso Fourier. Dopo essere stato internato fu imbarcato sulla  Sculte con funzione antiaerea nel porto di Wilhelsmhaven in Germania. Perse la vita durante uno degli attacchi aerei. Nel 1958, per interessamento del Commissario generale onoranze caduti in guerra del Ministero della Difesa, i suoi resti mortali furono traslati  nel Cimitero Militare Italiano d’Onore di Amburgo. Solo oggi, ad oltre sessant’anni  dalla morte, sua figlia Enza, grazie all’aiuto dell’Associazione e della Fondazione A.M.N.I.G., ha chiesto ed ottenuto che i suoi resti ritornassero a Molfetta. Sempre, nello stesso giorno, il convegno nella sala Finocchiaro, della fabbrica S. Domenico: incontro dibattito che ha avuto come tema “2 dicembre 1943”. Il disastro di Bari, il segreto degli Alleati “l’iprite”.

 

   

5.7.2 - Riscoprire tradizioni perdute

 

 

E’ dal lontano 8 settembre 1943, giorno in cui fu reso pubblico l’armistizio firmato segretamente dal Maresciallo Pietro Badoglio, che a Molfetta ha perso un’antica tradizione degli anni ’30, oggi nuovamente riscoperta.

Si trattava del tradizionale e simbolico dono offerto da parte del Comandante del Porto alla città di Molfetta di una bandiera della Regia Marina Militare. L’intento di tale rito era  quello di ricordare all’intera cittadinanza il coraggio e l’eroismo dei soldati e marinai e in particolar modo dei mitilati della I Guerra Mondiale.

Esattamente dopo 63 anni dall’armistizio, lo scorso 8 settembre, in concomitanza con la festa patronale della Madonna dei Martiri, il C.F. Luigi Leotta Comandante della Capitaneria di Porto di Molfetta, ha ripristinato l’antica tradizione donando alla Fondazione A.M.N.I.G. e all’ Associazione Eredi della Storia, la bandiera della Marina Militare. Con il ricordare tale consuetudine, il Comandante ha voluto sostituire l’ormai logora bandiera, donata dall’Amministrazione Comunale il 7 gennaio 2003, in occasione della  Festa del Tricolore.

 

 

5.7.3 - Intitolata una via ai Caduti di Nassyria

 

Il 20 dicembre del 2003  poco dopo la strage del 12 novembre in Iraq, Molfetta ha voluto ricordare i 19 italiani (12 carabinieri, 5 militari dell’esercito e 2 civili) caduti nell'attentato di Nassyria.

E lo ha fatto certamente nel miglior modo possibile: dedicando loro una via della città.

A partire da quella data, infatti, il tratto di strada, già via Giovinazzo, compreso tra il campo sportivo Paolo Poli" e, non per mera casualità, la caserma dei Carabinieri, ha assunto il nome di "Via Caduti di Nassyria".

La decisione di intitolare una strada alle vittime di Nassiria, come ha disposto la commissione toponomastica del Comune, è nata accogliendo  l’istanza presentata dall'associazione Eredi della Storia e dall'associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra. Si tratta della prima iniziativa del genere in tutto il Sud Italia. Fino a quel momento solo Sassari ha già provveduto alla intitolazione di una piazza, e costituisce certamente un esempio da seguire per le amministrazioni comunali di tutta Italia.

«Il nostro lavoro ha lo scopo di aiutare queste popolazioni, ‑ scriveva una settimana prima dell'attentato, il tenente Nicola Germinario, molfettese scampato all'attentato, impegnato con la Brigata Sassari a Nassiriya ‑ riportarla a quella che dovrebbe  una normale e più umana condizione di vita e magari donare  pace ad un popolo martoriato da anni di dittatura, di quella pace che ha fame e sete, forse ancor più del cibo e dell'acqua che quotidianamente i nostri militari donavano, e donano ancora, al bambini di Nassyria.

Ed è anche per ricordare i suoi colleghi, gli, che la intitolazione della strada diventa un atto dovuto,  un riconoscimento per quelli che non ci sono più e per quelli che sono rimasti.

 

 

5.7.4 - Celebrazioni: il 2 Giugno a Molfetta

 

Il Professor G. De Gennaro, nell'articolo apparso su 'L’altra Molfetta”Dell'ottobre 1995. presenta uno spaccato della società molfettese nel periodo precedente alla consulta referendaria.

Ricorda quel 2 giugno 1946 quando la popolazione, impegnata al rito elettorale. rimaneva paralizzata dal dubbio nelle cabine, oppure equivocava di fronte ai simboli, determinando l'annullamento del voto. 1 molfettesi avevano seguito i comizi come manifestazioni folcloristiche senza un'idea precisa della importanza del voto.

Le donne erano tutte per il sindaco 'Don Matteo "orientato alla scelta repubblicana. Anche gli emigrati nelle Americhe, avevano vissuto l'esperienza repubblicana e che sapevano benissimo che non significava anarchia (come si diceva), erano favorevoli alla repubblica. Molti professionisti si dichiararono apertamente per la repubblica senza timore del "salto nel buio‑‑‑. Il clero era per la monarchia e trascinava un esercito di fedeli; anche una parte del mondo contadino, specialmente i piccoli proprietari agricoli, erano decisamente per il re. Estranei al dibattito politico erano i pescatori e i marittimi perché frequentemente assenti dalla vita cittadina.

I risultati delusero tutti coloro che avevano creduto nella città di Salvemini; la paura del "salto nel buio" e il clima politico delle elezioni per la Costituente avevano influenzato il problema istituzionale.

A tanti anni di distanza

Il 2 giugno a Molfetta si svolge finalmente come una vera festa degli Italiani, scandito da momenti celebrativi e dalle note di musica classica eseguite dall’ Ass. Musicale “Santa Cecilia”; la cittadinanza  partecipata numerosa all’evento che grazie all’impulso all’orgoglio nazionale del ex Presidente Ciampi e dell’attuale Capo dello Stato Napolitano si consolida ogni anno e lo ripropone come segnale di pace e di speranza e di libertà.

 

In occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, un grande Padre del Risorgimento che contribuì a seminare dall’esilio i valori di unità nazionale, il corteo costituito dalle associazioni combattentistiche e d’arma ha depositato un corona al monumento; quindi,  presso la villa comunale si è reso onore ai Caduti di tutte le guerre sulle note del silenzio e dell’inno nazionale.

Presso piazza Municipio “salotto” della città, il Sindaco e le autorità civili e militari hanno consegnato diplomi e medaglie celebrative ai soci novantenni della locale sezione “Combattenti e Reduci” presieduta dal Prof. Giuseppe Binetti; per l’occorenza la Casa Madre dell’associazione con sede a Roma, ha coniato una medaglia commemorativa riportante su un verso l’elmo della Grande Guerra.

l’emozione è stata enorme,

tutti questi uomini aggiungono sul loro petto forse la migliore delle decorazioni, quella dell’amore e dell’onore che Molfetta riconosce ai propri padri: il coraggio e il sacrificio sono memoria storica che va tutelata e preservata.

 

5.7.5 - Presentazione del libro:

La mia bonifica, storia di una guerra continua

(gennaio 2007)

 

L'associazione Eredi della Storia e la Fondazione ANMIG  hanno presentato il 7 gennaio del 2007, presso la Sala Finocchiaro della Fabbrica di San Domenico, il libro "La mia bonifica" scritto dal barese Giovanni Lafirenze.

Il libro, di natura autobiografica, tratta della vita e del lavoro dei BCM (bonificatori di campi minati), che ogni giorno combattono la loro guerra contro gli ordigni inesplosi nascosti in vari territori.

L'autore dei libro Giovanni Lafirenze è un Assistente Tecnico della bonifica bellica ed in qualità di artificiere e rastrellatore è impegnato nei territorio nazionale italiano nella bonifica degli ordigni esplosi ed inesplosi della prima e seconda guerra mondiale. Per una passione storica, ogni qual volta ritrova un ordigno, approfondisce le nozioni su di esso (da dove viene, se è caduto dal cielo o da terra, se appartiene alla prima o alla seconda guerra ecc) e così facendo con il tempo ha acquisito una competenza in materia, tale da poter scrivere un romanzo in cui, accanto a dettagliati excursus storici, racconta anche le sue esperienze personali, le emozioni, le soddisfazioni, i timori che si vivono in team, quando ci si trova a tu per tu con un ordigno non esploso.

Ad introdurre la conferenza è stato l'avv. Nico Bufi, che attraverso l'ausilio di un filmato ha illustrato quella che è l'attività dei BCM dal ritrovamento dell'ordigno fino alla sua brillatura.

Con l'avv. Gadaleta, ricercatore dell'Associazione, invece, si sono analizzati i vari tipi di ordigni presenti, il quantitativo di bombe inesplose presenti sul nostro territorio (circa 350.000 tonnellate di esplosivo), e l'attività di bonifica che si sta attuando da anni .

Una visione storica di quella che è stata l'evoluzione del percorso di bonifica è stata fornita dal dott. Michele Spadavecchia, che ha prima mostrato manifesti degli anni 45‑70, nei quali si illustravano i rischi derivanti dall'utilizzo di materiale bellico inesploso da parte dei bambini.

Il libro è anche un testo di denuncia, che dimostra quanto rispetto ad un esiguo costo di fabbricazione delle mine corrisponde un elevato costo per la bonifica di un intero campo minato.

Grazie all'ausilio del sostituto commissario della Polizia di stato di Bari, dott. Cutolo del gruppo degli artificieri, si è fatta una sorta di raffronto tra l'opera dei BCM e l'opera degli artificieri, in un periodo in cui è facile essere vittima di attentati anche di natura terroristica e delle difficoltà che questo mestiere presenta.

L'intervento dell'autore ha evidenziato come per superare una riabilitazione dura, derivata da un grave incidente occorso sul lavoro, scrivere un libro e raccontare la propria esperienza può essere utile.

Molti sono stati gli interventi dei presenti, che hanno cercato di trovare risposta ai quesiti che man mano si ponevano come la formazione dei BCM, ovvero notizie sulle scuole di Formazione presenti per lo più a Roma e sui moderni ordigni, le cosiddette bombe intelligenti che tanto intelligenti non sono.

Con la conferenza del 7 gennaio ci si è resi conto che una guerra non termina mai con la firma di un armistizio, ma in realtà la sua forza devastatrice continua, mietendo vittime quasi sempre indifese come donne e bambini, con le mine, subdoli ordigni la cui presenza si riscontra solo ad incidente avvenuto.

L'unica speranza, quindi, è che l'uomo una volta per tutte capisca gli errori già commessi in passato e si adoperi per non commetterne più.

 

5.7.6 - Scoperta una lapide per il sergente Mastropierro

                                                                                                                                                                      

La città si è riappropria di un tassello della sua memoria storica, infatti presso l’Istituto Magistrale “Vito Fornari” si è tenuta una solenne cerimonia in occasione dello scoprimento della lapide commemorativa del Sergente Allievo Ufficiale Francesco Saverio Mastropierro.

Casualmente riscoperta nel deposito dell'istituto, l'iscrizione, opera di Giulio Cozzoli, è dedicata ad un ex allievo del Magistrale, Francesco Saverio Mastropierro, appunto, che, arruolatosi come volontario, perse la vita nel novembre 1941 a Peres (Serbia) mentre difendeva un convoglio di civili dall'attacco dei partigiani di Tito. Originariamente posta nella prima sede dell'istituto ha subito la medesima sorte della struttura. che diversi decenni or sono venne demolita.

La lapide, rinvenuta seriamente danneggiata, è stata restaurata grazie all'intervento dell'Associazione Eredi della Storia.

Alla cerimonia, patrocinata dalla Provincia di Bari e dal Comune di Molfetta, hanno preso parte il fratello del Sergente Mastropierro, il presidente della Provincia Vincenzo Divella, i consiglieri provinciali molfettesi, il Commissario Prefettizio al Comune di Molfetta Alfonso Magnatta con il gonfalone della città, il C.E Luigi Leotta, Comandante la Capitaneria di Porto di Molfetta, con un picchetto d'onore, rappresentanti di tutte le associazioni combattentistiche presenti sul territorio, i generali Picca ed Angrisani, il dott. Pietro Centrone, che tanto si è prodigato per l'iniziativa.

   

Conclusioni

 

Al termine del nostro studio è possibile giungere ad alcune considerazioni finali.

Tanto parlare di Molfetta non è voluto essere espressione di campanilismo ma consapevolezza della propria identità.

A formare la coscienza storica di questa identità hanno contribuito

uno spirito di appartenenza originato da diverse componenti sviluppatesi nel corso della storia ultra millenaria della città. Spesso dettato dalla necessità di conservare le proprie origini e di preservare le proprie tradizioni, costumi, usanze, in terra straniera, creando“ponti culturali” attraverso i quali i molfettesi emigrati e i marittimi hanno avuto modo di tenere i contatti con la propria terra d’origine.

Abbiamo infatti evidenziato come la vivacità culturale della città di Molfetta si sia espressa anche mediante l’associazionismo, la comunicazione e il culto delle tradizioni, facendo sì che venissero messe in luce anche vicende che riguardano la città e i suoi cittadini: alcuni dei quali distintisi attraverso le loro gesta, hanno dato un forte contributo alla conservazione del patrimonio culturale - storico cittadino. La cittadinanza, infatti, ha da sempre mantenuto gelosamente il ricordo di questi figli illustri considerandoli un valido esempio da seguire.

Molfetta ha comunque saputo apprezzare questa opera volontaria di aggregazione,  conservazione e di divulgazione, premiando gli sforzi di chi in essa si è cimentato a protezione della memoria e della tradizione locale,  importante nel panorama culturale cittadino.

 

 

 

Il costante flusso di visitatori ed i lusinghieri apprezzamenti espressi, testimoniano l'interesse suscitato dalle iniziative.  Infatti, per arricchire e  completare l’opera di divulgazione e promozione che gli eredi della storia provvederanno alla pubblicazione di un catalogo o

molto probabilmente di un libro, oltre che alla possibilità di creare un sito web riguardante l’attività dell’associazione.

E’ un lavoro che ci auguriamo sia avvincente, interessante, coinvolgente, quanto per noi sono state le ricerche, le raccolte, le osservazioni dei documenti ritrovati e i racconti dei testimoni storici .

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

-       G. Minervini, Mar comune. Una città del Sud, La Meridiana, Molfetta, 1997

-       F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Bari, 1996

-       S.Cilibrizzi, Storia parlamentare, politica e diplomatica d’Italia. Dante Alighieri, Napoli, 1934

-       A. Fonatana, Storia popolare di Molfetta, Edizioni Mezzina, 1971

-       G. Salvemini, Come siamo andati in Libia ed altri scritti, Feltrinelli, Milano, 1963

-       N. Amato e C. Minervini, Luigi Amato, uomo e soldato, Mezzana, Molfetta

-       W. Brian Altano, Da Respa a Molfetta. L’evoluzione di un popolo, Edizioni Mezzina, Molfetta, 1981

-       G. de Marco, Molfetta tra passato e presente, Edizioni Mezzina, Molfetta, 1982

-       S. Magarelli, Don Tonino Bello servo di Cristo sul passo degli ultimi, Edizioni Mezzana, Molfetta, 1996

-       S. Scardino, My Molfetta, Edizioni Mezzina, Molfetta, 2007

-       G. Capirsi, Molfetta ieri e oggi, Tip. Mezzana, , Molfetta,  1972

-       Scuola Media Statale G. Pascoli Molfetta, Novecento, Litostampa A. Minervini, Molfetta, 2002

-       A. Colonna, Il disegno urbano di Molfetta moderna, in Molfetta corsara, L’immagine 1995

-       G. Lafirenze, La mia bonifica. Ordigni inesplosinei conflitti mondiali, Florestano, 2007

-       Glenn B. Infield, Il disastro di Bari, Adda Editore, Bari, 1972

-       Scuola Media Statale “G. Pascoli Il recupero della memoria”, Lit. Minervini, Molfetta, 2003

-       Molfetta nostra    

-       L’altra Molfetta 

-       La Gazzetta del Mezzogiorno

-       Quindici

 

                                      

 

 

 

SITI INTERNET CONSULTATI

 

 

-       Www.guglielmominervini.net

-       Www.prolocomolfetta.it

-       Www.fondazioneanmig.com

-       Www.molfettesinelmondo.it

-       Www.laltramolfetta.it

-       Www.quindici-molfetta.it

-       Www.tazebao.info

-       Www.molfettalive.it

-       Www.reteccp.org

-       Www.biografiadiunabomba.it

 

 

 

 

 

INDICE

Presentazione ........................................................................... 1

Gli “Eredi della Storia”: Un associazione culturale di Molfetta .......... 1

PARTE I ................................................................................... 5

1. Uno sguardo al passato .......................................................... 5

1.1 Molfetta nel ‘900 ................................................................. 5

1.2 Il centro storico .................................................................. 10

1.3 Il molfettese di un tempo ...................................................... 11

PARTE II ............................................................................... 13

2. Mar comune, una città del sud ............................................. 13

2.1 L'autore ............................................................................ 13

2.2 "Una città del sud": l'amore per la città ............................... 15

2.3 "Su chi parte e chi resta": le due città .................................. 17

2.4 "Sulla città senza qualità": degrado urbano e perdita del passato 21

2.5" Sul profeta": un eroe dei nostri tempi, don Tonino Bello ....... 24

2.6 "Mar comune": passato e futuro della città ............................ 27

PARTE III ............................................................................. 30

3. Eredi della storia .................................................................. 30

3.1 Il recupero della memoria .................................................... 30

3.2 Il museo scomparso ............................................................. 32

3.3 La storia che risorge ............................................................ 34

3.4 Nascita dell'associazione giovani "Eredi della storia" ............. 36

3.5 I riconoscimenti .................................................................. 38

 

 

PARTE IV .............................................................................. 40

4. Le associazioni che promuovonola la cultura e la stroria di Molfetta:  associazioni combattentistiche e culturali 40

4.1 Fondazione A.N.M.I.G. ....................................................... 42

4.2 Associazione Nazionale Combattenti e Reduci ......................... 42

4.3 L'istituto Del Nastro Azzurro ................................................. 43

4.4 Università Popolare Molfettese ............................................. 44

4.5  associazione molfettesi nel mondo ........................................ 46

4.6 Associazione Pro Loco Molfetta ............................................ 51

 PARTE V ............................................................................... 53

5. Le attività dell'associazione: mostre e convegni dal 2001 ad oggi . 53

5.1 I molfettesi nel Secondo Conflitto Mondiale (febbriao 2002) ... 54

5.2 I molfettesi nella Grande Guerre (novembre 2002) .................. 57

5.3 Una storia mai scritta: le foibe (maggio 2004) ....................... 64

5.4 2 dicembre '43: il disastro di Bari ......................................... 67

5.5 Molfettesi nella guerra italo-turca 1911-1912 (novembre 2005) .. 71

5.6 1900 - 1945: dalla microstoria alla macrostoria (giugno 2006) ... 75

5.7 Altre attività dell'associazione .............................................. 80

5.7.1 Tornano le spoglie di Giovanni De Cesare ........................... 80

5.7.2 Riscoprire tradizioni perdute .............................................. 81

5.7.3 Intitolata una via ai Caduti di Nassyria ............................... 82

5.7.4 Celebrazioni: Il 2 Giugno A Molfetta .................................. 83

5.7.5 Presentazione del libro: "La mia Bonifica, storia di una guerra continua" (gennaio 2007)     85

5.7.6  Scoprta una lapide per il Sergente Mastropierro .................. 87

Conclusione ............................................................................ 89

 

 

Bibliografia ............................................................................ 91

Siti internet ............................................................................ 92

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] S. Scardino, My Molfetta

2 S. Magarelli, Don Tonino Bello servo di cristo sul passo degli ultimi

 

[3] S. Magarelli, Don Tonino Bello servo di cristo sul passo degli ultimi

[4] S. Scardino, My Molfetta

[5] G. Minervini, Mar Comune

6  S. Scardino, My Molfetta

7 (S.Cilibrizzi, Storia parlamentare, politica e diplomatica d’Italia. Dante Alighieri, Napoli)

8 (G. Salvemini, Come siamo andati in Libia ed altri scritti, Feltrinelli, Milano 1963)

9 N. Amato e C. Minervini, Luigi Amato, uomo e soldato, Mezzana, Molfetta)

 

 



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